Gioca con la Maestra 2

La Maestra annuncia alla classe che questo concorso si svolge in collaborazione 
con La Fondazione Cesare Pavese




Eccoci pronti ad un nuovo gioco. Visto il buon riscontro del precedente, anche per il mese di aprile la Maestra ha deciso di riaprire le danze. Si ricomincia con un nuovo incipit e una nuova occasione per aggiudicarsi i premi che verranno scelti a breve!


REGOLAMENTO 
(che ormai conoscete)


·  Prendete l'incipit del racconto che presto sarà segnalato 

· Aggiungete, nei commenti, un pezzo (max 15 righe) che, legandosi all’incipit, possa continuare la storia (ricordate di firmare tutti i pezzi che scriverete).

·  Il compito di ognuno di voi è quello di creare un racconto inventando personaggi, situazioni, battute, stravolgendo o ribaltando la trama sempre secondo il vostro stile personale.

·  Di tutti i pezzi che manderete, sceglierò quello che spicca di più per originalità e stile utilizzato, l’autore verrà premiato e riceverà direttamente a casa il premio (per quelli di voi che si trovano fuori dall’Italia, in caso di vincita, manderò il premio ai parenti più prossimi)

L’obiettivo del gioco è quello di creare/distruggere/migliorare una storia quindi spremete bene bene le meningi e IMPEGNATEVI!

Tantissimi saluti


La Maestra




INCIPIT DI QUESTO MESE


Tratto da 
LA BELLA ESTATE
di
CESARE PAVESE


A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare 
a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. 
– Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce


e ora a voi!
Continuate la storia e postatela nei commenti!
C'è tempo fino al 
19 aprile 2013



36 commenti:

  1. Maestra quando ci dai il nuovo incipit ? Non si gioca più ?
    :-(

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  2. Ebbene sì! Ho scelto Cesare Pavese perché molti in classe già si sentono orfani di #Leucò in Twitter

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  3. E invece i pensieri ora li avevamo- eccome- Fernanda, la più grande tra noi ma anche la più bella, alta, bruna, occhi scuri- usciva di nascosto non appena la vecchia si addormentava. Veniva dalla Bulgaria. Prima era arrivata la madre e poi aveva ceduto il posto a lei. All’inizio non era stato facile ma poi si era abituata. Come tutte noi. Che qui certi lavori li snobbano e non li vuol fare proprio nessuno. Di notte ci vediamo: addormentiamo i vecchi e usciamo. Di solito ci vediamo all’angolo da Mariana. Lei, invece, è quella bionda che viene da Bucarest. All’inizio piangeva sempre. Aveva lasciato un ragazzo con gli occhi tristi. Scivoliamo lente rasente ai muri e ci vengono in mente le parole dei nostri padri. Le vostre risate sono gioventù- ci dicevano- quando attraversavamo la strada di domenica per andare a messa. Ce lo siamo raccontate una sera in quel freddo pub all’angolo e, incredibile, tutte le nostre storie si assomigliavano tanto da diventare una sola. Ora cerchiamo di ritrovare l’odore di quei giorni ma senza il profumo della primavera dell’Est, e non ci sono occhi o muri che ci riconoscano. Usciamo la sera e ci teniamo la mano per farci coraggio. Tante solitudini come lucciole che corrono nella notte. E mentre ci avviamo lente sotto questo cielo estraneo, quando tutti gli altri raggiungono il tepore della propria casa, camminando ci sembra di costruire una piccola patria che, dai nostri cuori, stasera, al lume dei lampioni, pare diventare strada.
    Maria Luisa Florio marisa.florio@libero.it

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  4. Fuori concorso8 aprile 2013 17:54

    Noi che non vedevamo mai l’ora – c’è quello che ci guarda, guarda come ci ha attaccato gli occhi addosso, Silvà, ti sta spogliando, hai indossato il reggiseno dello stesso colore delle mutande? E lì noi a ridere, che Silvana era quella che le mutande non le metteva nemmeno.
    Camminavano a braccetto, i capelli composti di lacca, le gonnelle larghe che ritagliavamo sopra i cartamodelli delle maison parigine.
    Eravamo giovani, dividevamo le acque, pensavamo che il mondo non ci dovesse camminare addosso, a costo di fermalo e impastarlo di nuovo, come si fa con le focacce. L’uomo lo cercavamo, pure noi come tante altre che guardavano una patta e sognavano una casa che non fosse in affitto, erano altre le idee nostre: nessuna intenzione di essere considerate fattrici messe a stirare e cucinare a tempo pieno. Leggevamo pure, volevamo essere forbite, e quando uno di questi con calzoni larghi e baffetti alla Jean Gabin ci fermava per attaccare bottone, che forse pensava fossimo soltanto delle sartine, noi gli parlavamo di tutte le cose giuste per farti capire che il mondo, se vuoi, può girare al contrario, gli chiedevamo se avesse letto Gadda e lì a dirci che eravamo matte così come la gente pensava, che a trattare male i maschi con i paroloni si rimane sole.
    Restammo d’inverno così come d’estate, piene di sogni e con tutta la coscienza che i mattoni li avremmo tirati su da noi, senza aiuto, a far la guardia ai rami spogli, con la coscienza che la primavera è un inganno, che l’estate tutto è tranne che bella, solo un po’ calda.

    Giorgio D'Amato

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  5. Si capisce. Ma non è che da giovani i pensieri non ci sono è che diventano piccoli rispetto al tempo che si ha ancora davanti. E fino a quando la vita non ti prende forte sottobraccio e ti porta su una strada che ha solo una direzione, fino ad allora camminare nella notte anche coi piedi sanguinanti è leggero come danzare.
    Mi chiedo quando la notte ha smesso di sorprenderci. A quei tempi non avevamo paura di nulla non dei fascisti e nemmeno delle botte che ci davano i padri ubriachi. Cantavamo anche con in pancia un pugno di castagne e le dita piagate, bollite dal ravanare nei tini a cercare i fili di seta. E i bambini che morivano eran tanti come quelli che nascevano. Eppure sì, era sempre festa. Si capisce, eravamo sane, giovani. Eravamo ragazze. Allora.

    Manubirba

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  6. ...Si capisce, commentavano, in realtà non comprendevano la mia scelta, maturata proprio dopo quell'estate, di lasciare la casa paterna. Io ero eccitata al pensiero della mia vita che avrei finalmente gestito io. Nessun orario da rispettare, nuove consuetudini e soprattutto un taglio netto con la piccola città, bastardo posto, dove ero cresciuta. Lasciavo alle mie spalle il dolore di una perdita lacerante, non avevo idea che mi avrebbe accompagnata fino ad ora, pensavo bastasse andar via, camminare per altre strade, incontrare altri ragazzi come me, innamorarmi ancora. Gli anni che seguirono, divorai esperienze ed emozioni, cambiavo casa, città, amanti: -chi si ferma è perduto!- pensavo. Quando l'assenza della morte, ti viene a trovare da ragazza, te la porti dietro e non le puoi sfuggire, per quanto cerchi di circondarti di bellezza. Ora lo so e le cammino al fianco, non voglio più liberarmene, fa parte di me. so Ciò che sono, lo devo alla turbolenza di quegli anni, lo devo a quell'incontro.

    larsenaledelleapparizioni@yahoo.it

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  7. Grilletto Salterino9 aprile 2013 21:06

    ... si capisce che il tempo non conta per voi, ne avete tanto davanti – ma non sapevano niente questi che parlavano, niente. Di quelle sere di festa non è rimasto nulla. Eravamo così ansiose che qualcosa capitasse, che quando poi è capitato davvero, ci ha stroncato. Queste cose, nessuno capisce perché, a volte cominciano e dilagano, come un'epidemia. Ai primi non ho fatto caso, ma poi c'è stata Martina. Martina se n’è voluta andare che non aveva ancora compiuto diciassette anni, se l’è squagliata con lo scooter comprato da papà ed è andata a farlo in una squallida baracca di campagna, si è appesa a un filo elettrico nel gancio del lucernario e poi si è lasciata andare, così, semplicemente. E dopo di lei c’è stata Lucia, che l’ha fatto con la cintura nuova e griffata fissata alla maniglia del portoncino di casa, e Teresa non riusciva ad entrare, ha dovuto spingere perché qualcosa fermava il portone, ma non era il tappeto che si era messo storto, era sua figlia. E poi ci sono io, che ho trovato lui, ho sentito il rumore mentre chiudevo lo sportello della macchina e come una preveggente ho capito, sono corsa nella sua stanza, ho aperto e richiuso la porta che già ce l’avevo dentro di me, quello che restava di lui, il resto se lo era inghiottito il camino, dentro il quale si era sdraiato per non sporcare la stanza con quel che reggeva i suoi pensieri fino a un attimo prima dello sparo.
    Grilletto Salterino

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  8. Si capisce da come andate in giro che non avete pensieri, vi sembra tutto così facile, anche solo camminare insieme per la strada, che vi seguiamo sempre con il cuore in gola, ma prima o poi toccherà separarvi, - dicevano - non è che potrete stare così tutta la vita, ognuno ha bisogno del proprio spazio, soprattutto crescendo, vi siete rese conto di come vi guardano i ragazzi? siete giovani, è vero, si può anche dire che siete speciali, ci credo che vi squadrano da capo a piedi e ce n’è più di uno che vi sbava dietro, lo diciamo per voi – dicevano – fareste meglio a guardare chi frequentate, sono tempi scuri, non basta conoscere un tipo, frequentarlo un paio di mesi, la pizza il bar la scusa del cd da scambiarsi, erano le farfalle prima, quando non c’erano ancora i cd – dicevano – poi, vi invita per la prima volta di sopra, una bibita fresca un quadernone di appunti, e allora ditemi voi cosa succede, ma cosa perdiamo tempo a cercare di convincervi, anzi, intanto già che anche stasera uscite, per favore portate giù i sacchi dell’immondizia, - dicevano - adesso vi sembra tutto così bello e facile, il problema è che un uomo non vi basterà, e questo lo abbiamo messo nel conto, un uomo solo non potrà andrà bene, ma due saranno già troppi, sempre che vadano d’accordo tra loro, e questo ci sembra il punto principale, - dicevano – visto che siete due sorelle siamesi. - Poi abbassavano gli occhi e ritornavano alle loro faccende, come se niente fosse successo.

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  9. Poi una notte accadde davvero un fatto inaspettato, inspiegabile. E la stanchezza si dissolse d'incanto.
    Nella soffitta della casa del nonno trovammo tre scope di saggina. Usurate dal tempo, impolverate, mangiucchiate dai topi. Ubriache di vita le calvalcammo imitando la befana che da piccole veniva a farci visita.
    E le scope presero davvero il volo. Iniziammo a sorvolare le case, le strade, le piazze, le colline dove prima camminavamo. La gente era rintanata in casa, ma noi iniziammo a urlare. A svegliare tutti. Dall'alto della nostra gioventù, della nostra nuova prospettiva.
    E come avevamo sperato le persone iniziaro a riversarsi per le strade, come fiumi in piena, con vestaglie, pigiami, lumi per illuminare pochi metri davanti a loro.
    Sembrava di vedere tante lucciole. Ma al contrario.
    Nessuno ci vedeva. Sentivano le nostre urla alelgre, i nostri richiami alla vita, alla inoffensiva follia.
    L'alba ci sorprese all'improvviso. Il volo verso il sole nascente ci abbagliò e le scope, con una danza di antico mestiere, tornarono nella soffitta del nonno.
    Il saluto alla giovinezza fu fatto quella notte.

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  10. E quell’estate non le aveva impensierite nemmeno il sole venuto a bere ai loro pozzi. Li aveva vuotati tutti, neanche fossero stati bicchieri di acqua e anice, e per irrigare i campi chissà come si sarebbe fatto. La vera novità, quella agognata dalle loro teste matte, fu tutt’altra cosa. La terra tremò in una notte d’agosto e la gente fuggì dai letti. La Nina e la Gianna si trovarono all’angolo dove c’era la Chiesa, ma non si poteva star lì. Tutti in camicia da notte, atterriti! I bambini in braccio a cascare dal sonno che, beati loro, di quel frangente non capirono nulla. I più grandicelli ridevano rincorrendo gli altri piccoli amici, inseguiti dalle urla delle madri. Gli adulti, invece, già piangevano senza voltarsi allo scricchiolio delle loro case. Una corsa a piedi, chi in bici, verso le colline. La coperta di stelle, che altre volte avevano sognato, la Gianna e la Nina, la trovarono più luminosa di quanto avessero mai potuto immaginare. Loro la volevamo una notte così! Camminare, camminare, senza voltarsi! Tutto il paese verso un giorno diverso. Qualcuno diceva di pregare, ma nessuno aveva voglia di farlo. Tutti pensavano all’oro lasciato in casa, agli animali rimasti legati nelle stalle, mentre l’eco di crolli e nuvole di polvere riempivano tutta la vallata. Si voltarono.
    Uno spettacolo, e il biglietto, intanto, costava i sacrifici di una vita.

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  11. Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce…
    Quante volte ce lo hanno ripetuto con tanta invidia gli anziani del paese quando mettevamo scompiglio con le nostre allegre monellate.
    Le orfanelle del Sacro Cuore, quelle sane e giovani e senza alcun pensiero. Ma senza genitori. Venute la mondo da chi sa chi e da chi sa dove. Ma cresciute e tenute amorevolmente insieme dal quel sottile invisibile filo inscindibile. Siete ancora qui con me. Continuate a raccontarmi favole come sempre avete fatto. Mi coccolate, mi accarezzate il viso. Provate a farmi ridere. Ero la vostra cucciola e lo sono ancora. Provate a nascondere le vostre lacrime, ma le scorgo nei vostri antichi occhi che non potranno mai ingannarmi. Lacrime che scivolano via veloci e furtive come quando cercavamo il palmo caldo e rassicurante di una madre mai avuta. Sto per lasciarvi mie amate, mi resta poco tempo. Quel tempo ora scandito dall’inesorabile goccia cadente della flebo. Eccone un'altra. Cadono. Cadono. Cadono. Nessuno può più fermarle. Lo so mie amate, me lo avete ripetuto ogni qualvolta ci affacciavamo alla vita. Inciampando spesso, ma risollevandoci più forti di prima. Me lo avete sussurrato dolcemente quando la paura mi toglieva il fiato, come ora. Maria non aver paura ci siamo noi, sorridi…sarà un avventura meravigliosa.

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  12. Le lucciole come impazzite sciamavano, piccoli puntini luminosi inimmaginabili. Erano belle, luminose, piccole e notturne. La notte era tutta per loro.
    Viale Momentano proprio sotto a Trastevere, erano lucciole cittadine, agghindate con pon pon e collane vistosissime. Scollature vertiginose. Estate. Giarrettiere in bella vista e bocche rosso fuoco. Bionde, rosse, patinate e mesciate. Era una festa, una goduria, un carosello, una luce continua e in movimento. Clienti a folla, frotte, in fila, impazienti, sudati al caldo della notte. Sciamavano ora insieme e sparivano.
    Grondavano sesso veloce, allegro, senza pensieri.
    Fu allora che la videro.
    Una luce nella notte la illuminava appena. Rossa nel rosso di capelli, vestito e sangue, la bocca aperta verso stelle che non sciamavano fisse in rotazioni di galassie lontane, irrangiungibili e chissà da raggiungere. Verso fughe, sogni, ideali, divinità implorate, pregate. Occhi dilatati in estrema supplica, in orrore e convincimento che tutto era perduto. Si spegne la luce. Le lucciole sciamano nella notte e spariscono inghiottite dall'urgenza di non esserci, di altrove da raggiungere.
    Le urla si sovrappongono, le sirene urlano, il brusio improvviso come silenzio, la vita procede piena di stanchezza e consapevolezza, stropicciata e disfatta.

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  13. …non avete pensieri si capisce».
    E anche il fango, la melma proprio, che stava tutta intorno a quel casale nel quale io, mia madre e le mie sorelle, con tutti i miei cugini e pure con certe parenti di mamma, stavamo sfollati, tutto quel fango improvvisamente, non lo vedemmo più.
    E noi ragazze di città, che avevamo dormito tutte insieme ammassate, nella stessa stanza per mesi, e per mesi prima di dormire ogni notte, sotto voce, tremando dal freddo, c’eravamo dette quanto ci sembrasse più detestabile quel posto dei pericolosi bombardamenti, improvvisamente tutte quante noi, non vedemmo più il lercio e non sentimmo più il puzzo di campagna.
    Ci prese l’euforia e iniziammo a festeggiare la libertà, la vita e la speranza, correndo a perdifiato, in mezzo a tutto quel fango; corremmo senza meta per giorni.
    Erano i giorni seguenti all’otto di maggio del ’45, dopo che alla radio avevamo sentito questo annuncio: «Interrompiamo le trasmissioni per comunicarvi una notizia straordinaria: le forze armate tedesche si sono arrese agli anglo-americani, la guerra è finita, ripeto la guerra è finita».

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  14. I girasoli germogliavano e loro ciangolavano di gioia. Il sole era la scusa perfetta per scurire i loro volti troppi ostili all’invecchiare.
    Come gli uccelli sprimacciavano gli ultimi pensieri rimasti sui peri.
    Aspettavano l’estate e guardavano oltre.
    Maria attendeva la marea nel tempo, il mare troppo lontano un ricordo forse un profumo tuttavia un fervido desiderio per adesso. Le era capitato d’innamorarsi di una penna di uno scrittore per una notte. Portava nel petto a denti stretti quel ricordo quel ragazzo dagli occhi neri con un sapore retro, i libri lui li aveva scritti nelle vene.
    Lei vedendo crescere quei fiori si sbottonava il primo bottone della camicia a pois, bianco e nero contro il girasole.
    Lucrezia sorrideva senza pensieri da quando suo fratello con fare icastico se n’era emigrato in Australia era rimasta li, ad attenderlo correndo avanti e indietro da Bra ad Alba, lei in fondo non faceva altro che cercare la sua alba personale

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  15. Non avere pensieri pareva quasi un insulto. Perché? Che male c’è a lasciarsi andare, smettere l’abito fumoso dell’inverno e indossare finalmente il vento, il sole, l’euforia che solo l’estate può dare? D’estate il giorno dura ventiquattro ore, che pure la notte è complice ad allungare il tempo della veglia. E non basta mai. Nonna Cesira lo diceva sempre a Linetta: - Vai, goditela adesso e fregatene degli altri. Soprattutto di quella bacchettona di tua madre, che pare non l’abbia generata io. Ah! Avessi ancora gli anni tuoi… - e lasciava quella frase in sospeso, lasciando intendere chissà cosa, chissà quanto. E Linetta andava. Si radunavano tutte a casa della Susy, che veniva dalla città e stava lì solo il tempo delle vacanze. E c’era di tutto nella sua camera di ragazza. I trucchi, le sciarpette colorate, i profumi, gli abitini impalpabili che nulla lasciavano all’immaginazione. Si consumava il rito della preparazione, tutte insieme, tra cicalecci e risatine, a scambiarsi consigli e pettegolezzi, a raccontarsi di questo o di quello, rimandando il tempo dell’attesa fino a che reggeva l’immaginazione e subentrava l’urgenza dell’agire. Era allora che sciamavano fuori. Come api dall’alveare volavano in giro a impollinare i sogni.

    Cetta De Luca

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  16. Eppure, a quegli stessi tempi, climatici s’intende, avevo nostalgia del caminetto, così come dell’odore delle castagne scoppiettanti all’ardore della fiamma, e pure del profumo delle patate americane che gli amici dei miei solevano allietare con lo zucchero di canna – quel tardo novembre dei miei sette anni fu la mia prima volta di quei granelli color sabbia.
    Era il solito rifuggire dalla realtà, quel voler essere ubiqui a tutti i costi, che costringeva i miei pensieri a svicolare dall’estate, per pudore e per eccesso di buon umore che, si sa, non può durare troppo a lungo che poi l’animo un po’ irrequieto se ne stanca.
    La freschezza delle lenzuola di lino egiziano, la finestra sempre aperta all’ombra delle persiane ed io, Persiana in patria, immersa nei miei tentativi di prender sonno.
    Si capisce. Non avevo pensieri.

    Giulia per me

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  17. Vivevano, vivevano ogni giorno di più. Non c’era spazio per la disperazione, nessun posto per l’odio o il rancore. E Isabella si sentiva viva, anche se camminava ancora a fatica, la gonna lunga lunga a coprire i lividi attorno alle ginocchia e alle caviglie. Oramai ogni notte, al suo rientro in casa, sua madre le conservava insieme alla cena avvolta nell’alluminio un bel pezzo di legno. Oh Padre Nostro che sei nei cieli! Una tale vergogna in casa mia non si è mai vista. Alla tua età uscire di notte, e con quelle ragazzacce scollacciate e ubriache. La notte dopo usciva di nuovo, calandosi dalla finestra, e il sapore di un bacio cancellava il dolore di una bastonata, e così baciava… baciava tutta la notte finché si sentiva guarita. Quelle fughe però esacerbavano, sera dopo sera, una madre instabile e frustrata, cosicché alla verga si sostituì ben presto la spranga di ferro. Isabella adesso doveva abbondare con cerone antidolorifici e ragazzi. I baci, però, potevano lenire solo qualche escoriazione, non bastavano più. Amore. Ragazze mi sento viva, mi sento felice, sento come qualcosa che sussulta dentro di me diceva alle amiche. Brividi. E così, sul finire dell’estate, tutta raggiante in volto confidò alla madre di aspettare un figlio. Lei la fissò in silenzio, gli angoli della bocca piegati in basso. Si alzò e andò in camera sua per pregare, tenendo il rosario in una mano e la rivoltella nell’altra. Signore liberami dal male. AMEN. Le ragazze tornarono a casa l’indomani sera, stanche morte, sperando ancora che qualcosa succedesse, e le loro speranze furono finalmente soddisfatte.

    Riccardo Giacalone

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  18. Ed in effetti qualcosa accadde. Incomprensibile, nonostante il passare degli anni che seguirono.
    Era una di quelle notti d'estate calde ed umide, un plenilunio splendido bucava un cielo nero come l'infinito. Mi resi conto solo ore dopo, riflettendo sull'accaduto,che era la notte del 24 giugno, San Giovanni, una notte considerata magica, il solstizio d'estate.
    La notte che nelle Langhe risuonava di racconti terrificanti narranti sotto le stelle, che facevano tremare i bambini parlando delle "masche"le vecchie (o giovani?) streghe, che potevano trasformarsi a loro piacimento, in qualsiasi animale dal più ferino al più mansueto,e che se ti sbarravano la strada e ti lanciavano il malocchio solo fissandoti, ti sceglievano per tormenti ed inenarrabili nefandezze da compiere usando al tua mente, il tuo corpo.
    Camminavo spedita verso il sentiero di casa, avevo lasciato Giorgio poco prima, con un furtivo e casto bacio sulla guancia, non eravamo ancora fidanzati ufficialmente e le chiacchiere di paese facevano male alla mamma che mi aveva allevato da sola, riscattandosi da quelli che si chiamano errori di gioventù e che sentivo quasi miei tanto erano ancora presenti nella nostra vita.
    Quella sagoma a terra sembrava del fieno caduto disordinatamente da qualche carro, o un sacco di ortaggi abbandonato per chissà quale fretta, ma era troppo centrale
    rispetto al selciato della strada, come se avesse scelto una posizione, ed aveva qualcosa di innaturale, di troppo nero, con i contorni di un'iridescenza che ricordava il profilo dell'asfalto nelle giornate estive. Più mi avvicinavo e più l'inquietudine mi risaliva dalle viscere, come un richiamo lontano dell'istinto.
    Il volto era rivolto verso la luna, ed aveva un pallore irreale, lo stesso colore dei grandi ceri delle processioni, le labbra erano completamente risucchiate nello stesso colore del viso, che aveva negli occhi spalancati ed orribilmente neri, invasi dalla dilatazione della pupilla l'unica tonalità
    diversa dall'orribile colore della morte.
    La riconobbi subito, era la vecchia farmacista, la Rita, che non si vedeva mai, se non il venerdì santo.

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  19. Poi ad un tratto l’esplosione. Il campanile venne giù portandosi appresso la vecchia campana di bronzo. Il campanile cadde sul tetto della chiesa facendo collassare tutto e alzando una tempesta di detriti e polvere. Un caccia sfrecciò rombando nel cielo, veloce e luccicante come un riflesso.
    Dal ponte principale del paese, avanzarono cinque carri armati con una quarantina di fanti tutt’attorno. Le divise era nuove, perfette, terribili. I fucili non avevano ancora sparato, le baionette erano specchi. L’aereo sfrecciò una seconda volta sopra le case e poi sparì tra le nuvole.
    Il cannone del carro armato si mosse lentamente, non c’era fretta, gli edifici non scappavano. E poi una saetta e la torre dell’orologio del comune che veniva abbattuta. Per correttezza, un colpo al potere sacro e uno a quello temporale, per par condicio.
    Erano arrivati i pensieri che nessuno aveva. E quando i pensieri arrivano, lo fanno sempre in alta uniforme, facendo il botto e facendo lo sgambetto qua e là, perfino alle torri. I pensieri arrivano, si fanno notare e pretendono il giusto grado di attenzione. I pensieri arrivano e rinchiudono te e i tuoi paesani in un palazzo e ne minano le fondamenta. I pensieri più pericolosi sono quelli che rispondono al fuoco.

    Andrea Knulp Roma

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  20. Ed era vero, non avevamo pensieri. Non li aveva neanche la Nina, per dire, che aveva il padre che beveva e la batteva quasi tutti i giorni e che tanto sana non lo era più da quando aveva preso una strana malattia da uno di leva. La Nina rideva sempre e quando tornavamo a casa dal lavoro ci raccontava le cose che faceva nei pagliai il sabato e la domenica. Aveva un moroso, ma non ci voleva dire il nome. Non poteva. Con Elsa pensavamo perché era uno sposato con dei figli. Comunque tutto il resto ce lo diceva eccome. E le nostre risate le sentivano in paese che noi eravamo ancora in fondo valle. Che quando arrivavamo all’ultimo tornante, Menico, il figlio del mugnaio, era già fuori del mulino che aspettava insieme al suo cane. Aveva una cotta per la Elsa. Arrivano le ragazze! Urlava quando ci vedeva. E correva giù per la strada a ricevere le caramelle che ogni giorno a turno prendevamo dalla fabbrica, prima di uscire. Richi, grande cacciatore di piume, abbaiava fino a quando una di noi si chinava ad accarezzarlo e dopo ci accompagnava nella passeggiata fermandosi ad aspettare quando guardavamo una vetrina. Dove si stava di più era davanti la farmacia, dove c’era che serviva Renato, il più bello del paese. Nina diceva che gli piacevo. Ma lui a me no. Aveva i denti storti e non rideva mai. Così dopo un po’ le trascinavo via, fino in piazza, dove poi sotto il platano davanti alla chiesa aspettavamo che il prete uscisse a spazzare il selciato. Allora Richi gli girava intorno abbaiando. Lui gli faceva vedere la saggina e lo scacciava. Lo so che sei tu che mi prendi le galline, gli urlava. Poi ci guardava e noi giù a ridere. Ora a pensarci sembra strano un prete che tiene le galline. Ma a quei tempi tutti avevano un pollaio. Quello di don Guido era là, proprio di fianco quell’albero davanti al prato. Lo vedi? A quei tempi il prato era pieno di pagliai. Ora non si fanno più i pagliai. Si capisce.

    Marco Mauro

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  21. Adesso le strade odorano di una vita diversa. La festa c’è sempre e torniamo sempre stanche morte dalla notte in giro per la città.
    Ma la speranza è diversa. Accanto ai pub, ai locali dove centinaia di ragazzi fanno la fila per prendere un bicchiere di birra, ci sono persone che aspettano. Aspettano che la notte passi veloce, sotto un cartone o rivolte in un plaid di lana.
    Mi sentivo bene quella sera. Ridevo e bevevo birra fredda nel bicchiere di plastica.
    Una voce arrivò da quello strano involucro che stava ai bordi della strada. Un po’ infastidita avrei voluto allontanarmi, ma la voce continuava a parlare da sotto il cartone, come una cantilena. Mi avvicinai. Il mio profumo si confuse con l’odore di sporco e di sudore.
    “Siete sane, siete giovani, siete ragazze, non avete pensieri, si capisce”
    “Cosa capisce?” dissi alzando un po’ la voce.
    Da sotto il cartone una donna mostrò il suo viso sporco, incorniciato da una sciarpa di lana.
    Il suo sorriso interruppe la cantilena. “Una volta anch’io ero senza pensieri.” Disse con un filo di voce.
    Un po’ frastornata dalla musica e dalla birra non riuscivo a capire cosa dicesse, ma lei continuò.
    “La vita non è qui. Non fermarti e cammina, fino ai prati e fin dietro le colline.”

    Cinzia Giuntoli


    Cinzia6357@gmail.com

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  22. Marina era una di loro. Tra tutte, forse, era l’unica che io avessi amata e in ogni caso l’unica che non ci era stata.

    Suo figlio mi aveva avvisato grazie al post it giallo, col mio numero, che le avevo messo in tasca. Ero corso a casa sua. Le persiane socchiuse tagliavano fuori ogni parvenza d’estate.
    Lei era distesa. L’espressione di chi ad una slot machine truccata si fosse giocato anche l’ultimo battito.
    L’avevo rivista, per caso, dopo quasi trent’anni in aeroporto. “Marina ti ricordi di me?”
    “Marco! Marco ribattezzato l’ottovolante da tutte le ragazze con cui ti eri fatto un giro.” Aveva scandito la frase musicandola con la sua inconfondibile risata.

    Il tempo è un villano. Era successo tre giorni fa e adesso un uomo mingherlino con il martello in mano chiedeva ai presenti, con un tono incolore: Posso chiudere?

    L’altro ieri stavo per chiamare per invitarla a cena e avevo rinunciato. Mai mostrare troppo interesse, faceva parte delle tattiche. Maledetto stupido!

    Ho nausea, sto male. Sono già le undici, la sveglia non ha suonato, per forza è domenica. Devo chiamare Marina. Devo farlo subito. Devo farlo prima di tutto.

    Annabella Di Vita

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  23. Prendevamo le nostre biciclette e andavamo su per la collina, a sdraiarci sul prato per guardare le stelle e parlare di ragazzi, di sogni, del futuro.
    Poi venne la guerra e tutto cambiò: niente sogni, ragazzi, futuro.
    Un solo pensiero: fa che finisca presto, che i fratelli tornino vivi dal fronte, che la vita possa ricominciare, un tran tran rassicurante.
    Ora abbiamo riabbracciato i vivi e seppellito i morti, stiamo lentamente tornando alla normalità.
    Ripenso a quelle serate sul prato, alle risate, alle confidenze: eravamo giovani, si capisce, non avevamo pensieri, si capisce.

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  24. Traversare la strada, sì, diventare come matte e non avere pensieri. Ma di che parla? Di CHI parla? E questa ruga al centro della fronte non la vede? Non lo sa cosa dice? Dice la grande domanda. E l’autore dovrebbe saperlo che questa erompe già a sedici anni, come quando è esplosa a me su un bus mezzo vuoto, dove stavo in piedi, mi tenevo con la mia mano giovane e respiravo aria calda dal finestrino. E che ci sto a fare in quest'aria calda e in quella fresca che verrà? Così pensai e quello è stato l'inizio della grande domanda: ma insomma io chi sono? E che ci faccio qui? E da dove ci sono venuta? Ma soprattutto: perché? Perché respiro aria calda dal finestrino di un bus e mi tengo con questa mano giovane? C'è un senso? E diteglielo all'autore che non esiste il tempo giovane in cui è “sempre festa” e che questo tempo qui, Io lo chiamo “il tempo della grande domanda”. (anonima romana)

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  25. Si ascoltava mentre parlava. A stento sopportava la sua retorica. Erano suoi quei ricordi e pure le parole ormai ammuffite dal tempo. Raccontavano un’adolescenza come tante, finita chissà dove in seguito a mille traslochi. Odiava il passato e aveva sempre scelto una narrazione di sé anonima e casuale pur di non dover ricordare. Il passato era una cataratta che la risucchiava togliendole ogni prospettiva. E allora sentiva solo l’impulso di cancellare tutto. Dopotutto, cosa se ne faceva di quel fardello inutile e pericoloso? Una stagnazione senza senso. Ma adesso era lei che aveva scelto di cacciarsi in una cantina umida a rileggere quei diari. E un nodo di nostalgia le stritolava il cuore. Aveva raccolto i capelli, come una condannata a morte pronta a morire di giovinezza. Senza pudore, teneva tra le mani una clessidra e ne osservava il costante fluire muto. Inarrestabile partenogenesi di parole e promesse. E poi giù. Sempre più giù fino a giacere immobile come un ricordo non vissuto. La pressione dell’indicibile le sfondava le tempie. Spietata come un boia, la sua immanenza si era fatta sempre più insopportabile. Alla fine, un mesto senso di provvisorietà mitigava il suo dolore e solo così riusciva a riappacificarsi con se stessa. Sentendosi una specie di naufraga tra le sue stesse parole e i suoi stessi ricordi, quei momenti rappresentavano il suo rito di morte. Cosa c’è di più inesistente di una vita mai raccontata? E cosa si può realmente raccontare se non un sottotesto mai realmente emerso? Cosa si può mai sentire se non una corrente sottomarina, una risacca di azioni e parole consunte e vuote?

    BA

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  26. Si capisce nelle tue guance rosse, dal peso che porti senza pensiero. Anche la morte passava inosservata alla tua estate. Dalla cascina al tuo campo passavan dieci minuti di corsa, e guai a far cadere la latta piena di vino per il tuo Papà. Eran botte e lividi grossi di spintoni giù nella roggia o come dicon i giovani, giù nel fosso. T’attendeva un inverno di zoccoli e calze bucate ma ridevi, qui ed allora la tua grazia era il fieno nei tuoi capelli neri. Eran fughe al paese con la scusa di portar il latte, prender la farina che comandava il padrone; per veder lui, figlio di un campo suo, di proprietà. Non lo lavorava per i padroni ma per mantener le sue sorelle. Tutti i giorni a cercar le sfumature sul suo sorriso nel suo rastrellar l’erba per la bestia, una vacca di famiglia. Ne bastava una a lui, lei gli invidiava quella. Che lei n’avesse quattro e non poteva avvicinarsi che il padrone era geloso. La bestia lui gli dava il nome, lei desiderava il suo amor, sentirsi chiamata col nome, scelta come l’erba medica tra il fieno.

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  27. Antonio Prenna16 aprile 2013 09:14

    Proprio vero, bastava stare insieme, o forse no. Non valeva per tutte. Una di noi qualche pensiero ce l'aveva. Se stavamo ammucchiate anche Cecilia era spensierata, ma quando rimaneva sola piangeva spesso. Lo raccontava la zia Piangeva e qualche volta si batteva il petto tanto forte da lasciarsi dei segni così evidenti che sulla sua pelle candida si vedevano per giorni.
    Ma quando eravamo insieme era la prima a ridere e a stupirsi di tutto. Non ci raccontò mai il motivo della sua angoscia e dopo il liceo andò a vivere a Milano per l'universitá. Da dove non tornava mai. Ci perdemmo di vista. Anni dopo, tutte ormai adulte e madri, ci rivedemmo. Aveva capelli corti e occhiali scuri e teneva per mano una ragazza che poteva essere la figlia.

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  28. E poi si tornava a casa, stanche morte, è vero, e con gli occhi che si chiudevano da soli. Ma le gambe no, quelle avrebbero voluto continuare imperterrite. A camminare, anche a ballare, perchè no. E, invece, si doveva rientrare. Ma almeno si poteva ingannare la notte che strisciava lungo i muri, parlando, parlando.E proseguendo a scambiarci sogni, desideri, speranze. Avvolte in un silenzio spezzato da voci bassissime e illuminato dalla luce smorzata da un foulard. Per renderla discreta e non disturbare il sonno degli altri, quelli sopraffatti da una stanchezza che ancora non ci apparteneva.E si parlava fino a quando la voce si abbassava ancora di più, diventava un sussurro impastato di curiosità.
    - ma tu lo hai già fatto?-
    - Io no, perchè tu si? -
    - no, nemmeno io-
    Solo allora il pudore lasciava spazio alla quiete e il sonno regalava immagini di sensazioni nuove preziose come gemme.
    Era ancora troppo grande la voglia di resistere alla notte e lontano il momento in cui nessuno avrebbe più detto: "siete giovani...siete ragazze...non avete pensieri...", per cercare di fermarlo, questo tempo d'estate, e scolpirselo nella memoria.
    Antonella Renda

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  29. "si capisce, sì, si capisce che il mondo era diverso allora. Dio mi salvi dal considerare il posto in cui le mie radici oggi invecchiano, peggiore di quello in cui sono cresciuta, ma in questo luogo tutto è diverso, lo sono anche i ricordi. Eravamo ragazze della terra, ed alcune di loro ancora lo sono. Ci siamo separate quando la mia famiglia e io abbiamo lasciato Mondo 1 con la prima aeronave di coloni diretta a Mondo 2, che un tempo si chiamava Saturno, ma che oggi, con tutta questa follia del voler cambiare i nomi delle cose, si ritrova con una cifra al posto di un'identità. Qui non ci sono prati sui quali girovagare, ma dalla finestra di casa mia osservo proprio ora quattro ragazze che, strette nella loro tute di Kevlar, si divertono a compiere salti antigravitazionali. Tra i giardini di carbone fossile e le nuvole blu di quei geyser innocenti, mi viene da urlare loro il mio ricordo: "Siete sane, siete giovani siete ragazze, non avete pensieri, si capisce.

    Matteo M.

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  30. Non è vero! I pensieri li porto con me anche se alcuni non li conosco. Che ne sai tu? Sei troppo giovane. Sì, sette anni sono pochi per cominciare ad avere il pensiero di una mano tra le cosce, un pensiero rabbioso che non diventa parole, manca il coraggio. Ci sono pensieri che non maturano e stanno nel mio corpo invecchiato ma cavano lo spirito: tagliano il fiato, danno spettacolo. Un cuore giovane lo senti che quando batte spinge fuori tutti i pensieri e non li filtra li mantiene intatti, com'erano. Li colleziona e li stringe.
    Li tiene lì e li lascia uscire uno ad uno quando sono ancora vivi, lucidi. Se li lascio andare via ora, pensavo, non invecchieranno con me, resteranno perfetti, non cadranno a pezzi. Compro mazzi di fiori e li getto via che sono ancora tesi e profumati. Con i pensieri? È la stessa storia.
    Adesso li butto via fuori dalla testa e continuano a farmi compagnia, stanno qui a tenermi la mano: nei giorni di festa ne scelgo qualcuno che mi regali allegria e quelli tristi li metto da parte che quando sto da sola mi servono anche quelli. Non ho più alibi. Da giovane non conoscevo questo meccanismo. Adesso lo so. Li seleziono.
    Uscivo a passeggiare con la mia amica del cuore, andavamo in giro per le vie della città - appuntamento all'angolo della strada che tuo padre non vuole che sali sulla vespa - la testa la portavo con me ma i pensieri li lasciavo a casa nella mia stanza dove non facevo entrare nessuno, chiudevo la porta - che i pensieri entravano e uscivano lo stesso. Li ho lasciati incisi su un disco in vinile e negli occhi di un ragazzino impacciato che non mi filava. Io e Giovanna eravamo giovani: i pensieri li volevamo provare tutti. Aspettavamo.

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  31. Eravamo sane, giovani, è vero, ma di pensieri ne avevamo. Eccome se ne avevamo: Carla pensava al suo Alfio,a Torino in catena di montaggio, per guadagnare un po'di soldi. Lo avrebbe raggiunto presto, per sposarsi.
    Elena voleva studiare, laurearsi, avere una vita migliore, non spaccarsi la schiena sui campi.
    E io, cosa volevo io? Viaggiare, conoscere nuovi mondi, il mio mi stava stretto.
    Ridevamo, correvamo per i prati, ci confidavamo i nostri sogni, nessun altro li conosceva.
    -Siete sane, siete giovani, - dicevano - siete ragazze, non avete pensieri, si capisce

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  32. I colori erano forti, la luce dava nitidezza a tutto ciò che la brutta stagione aveva celato. Ora eravamo libere, non più rinchiuse in quel luogo dove ci inculcavano nozioni a forza, senza mai darci la praticità di quello che imparavamo per due, tre settimane, giusto il tempo dell’interrogazione. Ci dicevano che tutto questo sarebbe servito al nostro futuro, ma non ci spiegavano come. Noi però eravamo troppo prese dal presente – Se è futuro poi ci penserò- e giù a ridere, chiudevamo i libri e andavamo a prenderci un gelato, andando al Cristal, dove si riunivano sempre quelli di quinta, spaventati dagli esami ma non troppo per avere anche loro un po’ di evasione. Portavamo le sigarette per attirare quelli più fighi… ci beccava invece Sam, già pronto con l’accendino in mano, mentre gli altri si allontanavano, lui, con fare intellettuale, provava ad iniziare uno dei suoi lunghi monologhi sugli ultimi accadimenti politici, ma noi ci ricordavamo ad un tratto che dovevamo andare a casa a studiare-ci dispiace Sam, era davvero interessante-. Poi le vacanze, le uscite in motorino o con le macchine dei nostri amici più grandi, lo shopping di costumi e parei colorati da sfoggiare al mare. Il mare…un tuffo dagli scogli dai, vediamo se ne sei capace,certo che lo sono, anzi facciamolo insieme, là da quella punta lassù, ma no è troppo alta, prima scommetti e poi ti ritiri? Dai che ci sono pure Massimo e gli altri che ci stanno guardando, ok..1,2,3! Lei sbattè la testa, io mi ruppi una gamba. Eravamo allora ancora giovani, ma quell’estate qualcosa cambiò.

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  33. Sembra l'inizio di un film d'avventura.

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