sabato 30 novembre 2013

Tema: Il giorno che ti incontrai

Sez. In viaggio
Svolgimento


Incredibile, il motore è partito al primo giro di chiave - tolta la patina di polvere depositata negli anni sembra quasi nuova. Il colore ancora quello: azzurro (mamma non era tanto convinta. Lei avrebbe preferito una tinta più sobria, più adatta alla famiglia). E’ bastato poi solo ruotare la vite del carburatore per eliminare gli scoppiettii della marmitta.
E’ ancora perfetta; la valigia di vimini intrecciato, che con poche lire in più potevi avere come optional, riposta nel bagagliaio - la si fissava con delle cinghie di cuoio, dietro, all’esterno, su un supporto di metallo cromato, ormai ossidato, sistemato sulla feritoia per il raffreddamento del motore. In quattro ci si stava più che comodi.
Di solito andavamo per le vacanze estive. A volte anche a Natale, quando non era troppo freddo.
Papà, messa da parte la formalità del lavoro d’ufficio, alla guida in maniche di camicia - i bottoni del colletto aperti, i suoi baffi curati e neri -, mamma accanto (i capelli raccolti in un foulard che le avvolgeva anche parte del collo, ma il vento che entrava dal tetto con la cappotta ripiegata le spostava lo stesso qualche ciocca davanti al viso e allora con un movimento cercava di contenerle). Ogni tanto si girava un attimo a sorriderci, a volte la sua mano si fermava su quella di papà appoggiata sulla leva del cambio. Le dita intrecciate.
Io e mio fratello sul sedile posteriore.
La guida tranquilla, i paesaggi scorrevano non troppo veloci, lasciandoci il tempo di ammirarli da dietro il vetro del finestrino, e intanto ci addentravamo sempre di più lasciando il mare alle nostre spalle, fino a che non scompariva del tutto - ma a giocare con la sabbia o a fare il bagno potevamo andarci quando volevamo, a me non dispiaceva (lo avremmo rivisto in lontananza dall’alto del belvedere del paese, nelle giornate particolarmente limpide).
Percorrendo strade poco trafficate ci fermavamo a mangiare le mandorle, non che in città non ce ne fossero, ma raccolte direttamente dagli alberi che crescevano nei campi ai bordi avevano un altro sapore. Un rituale, segno che ormai mancava poco, e ne approfittavamo per sgranchirci e rinfrescarci un po’. Io ne ero particolarmente ghiotto, e anche mio fratello. Lo so perché quello era uno dei pochi momenti del viaggio in cui si svegliava. Non lo disturbavano nemmeno le grattate del cambio quando papà scalava per affrontare i tornanti, nemmeno il clacson quando entravamo nel silenzioso centro abitato. 

venerdì 29 novembre 2013

Tema : Un viaggio indimenticabile

Sez. In viaggio 
Svolgimento


Volo da sola da quando avevo dodici anni. 
Tratta Milano - Brindisi, una targhetta appesa al collo, venivo affidata alle hostess, portata sull’aereo su una vecchia panda bianca ed ero la prima a salire e l’ultima a scendere. 
Sentivo addosso gli sguardi degli altri passeggeri e mi isolavo con la cuffia nelle orecchie e un libro in mano: un’ora passava in fretta. 
Ma ora, finita la maturità, il mio primo lungo viaggio: Vermont, Stati Uniti, dove per un mese starò in un campus a studiare inglese. 
La mia tenuta da viaggio è sempre la stessa: jeans comodi, maglia per combattere l’aria condizionata, caramelle contro le orecchie tappate, una buona scorta di libri e parole crociate nello zaino, il walkman e tutte le cassette che posseggo.

L’aereo è enorme, con file da dieci posti, il mio è vicino al corridoio. Meno male: chissà quante volte dovrò alzarmi per andare in bagno !
Mi guardo attorno: ci sono uomini d’affari non abbastanza potenti per la business class, intenti a scrivere al computer o a leggere il giornale, famiglie con bambini che già urlano e litigano, coppiette mano nella mano che si sbaciucchiano o bisbigliano nelle orecchie. I ragazzi della mia età scarseggiano, solita sfiga.
Ce la farò a sopportare per nove ore i pargoli urlanti o a metà viaggio avrò l’istinto di buttarli giù dall’aereo? penso mettendo lo zaino sotto il sedile davanti.
Dopo un’ora un annuncio del comandante “stiamo attraversando una turbolenza, allacciate le cinture fino a quando l’apposito segnale non verrà spento” .
Troppo tardi, la mia coca cola si è rovesciata addosso alla signora grassa seduta vicino a me, interrompendo il suo monologo sulla storia della sua famiglia, le ultime tre generazioni, e tutti i suoi problemi di salute.

giovedì 28 novembre 2013

Tema: Quattro soli a motore di Nicola Pezzoli - Neo Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



Se non vi piace Corradino, siete in compagnia: neanche a me piaceva il mio nome, e per qualche tempo m’ero illuso di poter essere chiamato con qualsiasi altro fosse garbato a me. Corradino era sempre meglio di Scrofa, ma nella prima infanzia di Lavinia nessuno si sognava di chiamarmi così, e a me proprio non andava giù che mi avessero battezzato con questo nome così strano e così lungo, che nessun altro all’asilo portava. L’unico nome che avrei amato meno del mio era Stelvio, perché all’asilo c’era un tizio insopportabile che si chiamava Stelvio. Questo bambino Stelvio aveva una testolina a pera che faceva pensierini a pera. Non solo gli era stato appioppato quel nome abbastanza ridicolo ma, siccome aveva appena compiuto gli anni, passava il tempo a domandare a tutti gli altri bambini quanti anni avessero, e se dall’oggi al domani le età non cambiavano faceva seguire il suo sconcertato commento: “Ma come, sempre tre?”, “Sempre quattro?”. Di giorno in giorno il bambino Stelvio domandava l’età agli altri bambini assumendo sempre più un’aria di superiorità. Doveva essersi convinto che cresceva solo lui, il cretino, finché non cominciarono ad arrivare, a poco a poco, i compleanni degli altri a normalizzare la situazione. 
Altro nome dell’asilo che non avrei mai voluto avere, ma per motivi opposti, era Eligio: l’Eligio mi faceva pena. Era uno scricciolo con un grande neo sulla tempia sinistra. Una mattina era venuto in ritardo, accompagnato dal papà, che nel cortile, davanti a tutti, aveva scartato per lui una succosa gomma da masticare, rosea e compatta, che al solo vederla mi aveva fatto venire l’acquolina. Senonché, pochi istanti dopo, passata di mano l’Autorità dal padre alle suore, la truculenta Suor Rosa Tutta Spine s’era avventata su di lui come uno spauracchio di stoffa nera e gliel’aveva fatta sputare prima ancora che potesse cominciare a gustarla.

martedì 26 novembre 2013

Tema: Maricàlide e il gioco delle cinque conchiglie

Svolgimento


Chi aveva la fortuna di superare l’anello di fumi che a molte leghe dalla costa cingeva l’isola di Maricálide, si stupiva di un mare mai freddo eppure cristallino. Ai più non appariva un disegno di città, ma una torre di paesaggi che svettava su quell’acqua limpida, sopra abissi dove guizzavano a volte pesci a volte bambini. Avvicinandosi alla costa un odore forte di macchia avvolgeva i viaggiatori che riconoscevano dapprima l’elicriso e il cisto e poi, con stupore, il basilico e la cedrina. Un certo smarrimento coglieva gli approdati: il tramonto dardeggiante che avevano davanti agli occhi conviveva con l’alba delicata che era alle loro spalle. Il giorno si poteva consumare, o riaprire, semplicemente voltandosi. All’infinito.
Non con scale ma con uno sconfinato falso piano, che a percorrerlo talvolta una sola vita non bastava, si saliva al paesaggio superiore, dove colline dolci e distese lasciavano posto all’improvviso a un lago. Sulle sue rive coppie di umani e di animali si amavano in una verzura fitta e sconosciuta, che era più morbida del più morbido dei filati, dove si mescolavano l’odore amaro dei feromoni e il profumo dolce dei gelsomini. La sera si accendevano fuochi: creavano geometrie di percorsi per i giochi di cinguettanti bambini, che inseguendosi staccavano dagli alberi frutti simili a coloratissimi agrumi sconosciuti ai viandanti.


Tema : Mia suocera

Svolgimento

“Murio, murio, un ci pozzu cririri”. Nessuno può leggere questo mio esaltante pensiero, nessuno può penetrare il mio sguardo chino velato di lacrime di sincero sollievo. Nessuno dei presenti dolenti può indovinare la mia gioia. Lei, si ogni tanto ci provava a penetrare dentro il mio cervello a scandagliarlo peggio di una risonanza magnetica, perché doveva avere il controllo totale su di me, con quegli occhi verde cattiveria che ti trapassavano l’anima. Il trapasso invece è tutto suo.
 E’ felicità adesso quella che passa da nord e sud del mio corpo, quella che va dalla punta dei capelli che mi sono rimasti alla punta dei piedi che hanno macinato chilometri per soddisfare le sue continue pretese. Filippo devi andare all’esattoria, compra il pane, corri al paese qualcuno ha dimenticato la luce accesa al villino. La spazzatura che mi gocciola sul pavimento. Filippooooo!!!! Neanche in ufficio avevo pace, anche se raramente mi telefonava, usava mia moglie, ops mia? Io non ho mai posseduto nulla, è meglio dire sua figlia. 


lunedì 25 novembre 2013

Titolo: Twitteratura, romanzo di formattazione.

Svolgimento 

Forse qualche volta ti sei chiesto cosa stesse cercando di dirti Amleto e perché occorre sempre usare mezzi termini e un eccesso di lirismo. Non c’è dubbio che queste domande così problematiche si risolverebbero facilmente se Amleto fosse registrato a Twitter. (retrocopertina “Twitterature” di A. Aciman e E. Rensin) Se trentamila tweet vi sembran pochi, provateci voi a sollevare un popolo di quattromila appassionati lettori di libri, sollecitandoli a commentare per cinquantacinque giorni (un tempo infinito) “Le Città Invisibili” di Italo Calvino, un testo del 1972. 

Tutta colpa della twitteratura.

Cerchiamo di sciogliere i nodi attorno a questa nuova parola nata nella forma inglese come twitterature (e così anche in francese) e in spagnolo twitteratura (idem in italiano).Il neologismo circola su Twitter almeno dal gennaio 2009. Precisamente dalle 13.30 di quel giorno. Ho fatto una ricerca con l’hashtag #twitterature e l’ultimo anzi il primo tweet sembra essere quello di una ragazza brasiliana che ne posta uno – obbligata per forza, dice lei - che rimanda all’articolo del suo blog con un link e che a sua volta rimanda a un altro blog (il gioco degli specchi dal barbiere è sempre presente cfr.), anzi un microbloguezinho che nel sottotitolo si presenta così:


domenica 24 novembre 2013

Tema: Riuso

Sez. Vintage
Svolgimento


Si raccoglie l’acqua piovana nelle cisterne sopra l’abitazione. Si purifica con speciali filtri al carbone. Poi si può bere o utilizzare per qualsiasi esigenza casalinga. Analogamente si può riutilizzare qualsiasi liquido biologico, tenendo conto che il nostro corpo è in massima parte costituito da acqua. 

Vi propongo questo esperimento. Incidete in superficie la pelle dell’avambraccio (dopo una accurata depilazione). Raccogliete il sangue che sgorga nelle apposite cisterne. Purificandolo con filtri speciali al carbone, dopo si potrà anche bere o utilizzare per tutte le esigenze domestiche. Si calcola che da un uomo di taglia robusta, opportunamente inciso, si potrebbero ricavare fino a cinquanta litri di acqua: giusto il fabbisogno quotidiano pro-capite - doccia compresa. Impossibile da applicare su larga scala, direte. Non proprio, vi rispondo. Esempio: potrebbe essere un’idea allestire una maxi pressa in corrispondenza di una grande piazza, che so, Piazza Politeama a Palermo. Nella piazza radunare il maggior numero di persone possibile, non senza uno straccio di preselezione, proprio sotto la lastra metallica. Al mio via, iniziare l’abbassamento della pressa che si protrarrà fino alla torchiatura completa. Una sorta di “presse-à-canard”, attrezzo culinario tanto caro ai cuochi francesi. Lo utilizzavano al centro della tavola imbandita per estrarre tutti i succhi dalle carcasse delle anatre le cui carni facevano bella mostra sui piatti dei commensali. Il fluido raccolto veniva poi distribuito sui piatti individuali.


venerdì 22 novembre 2013

Tema: Intervista a Dio

da Abattoir
Svolgimento

Avvolto in una nube di fumo, con ai piedi delle ciabatte a forma di arca, Dio mi accoglie nel suo studio di via Crucis 17. Mi fa accomodare in una poltrona in pelle da Papa. Accanto ad essa c’è un tavolino, su cui sono poggiati degli strani oggetti: una lampada che sembrava fatta di pelle umana tatuata, un volume dal titolo “Il diluvio universale per imbecilli”, un calendarietto da scrivania con immagini osé delle veggenti di Medjugorje e il dvd de “L’Esorcista – versione integrale”.
Per mettermi a mio agio, mi assicura che non verrò benedetta con qualche piaga o malattia incurabile al mio ritorno a casa. Vista la fine atroce dei suoi prediletti, mi sento fortunata. Apro il mio taccuino. Click. La penna mi cade dalle mani ed esclamo: ”Oh Santo Dio!”. “Oui, c’est moi!”, risponde lui. Cominciamo bene, almeno è un Essere spiritoso in puro spirito.
Gli chiedo se può gentilmente spegnere il sigaro cubano perché non riesco a distinguere i contorni della sua sagoma con tutto quel fumo. Sua Immensità scuote il capo, ricordandomi che preferisce restare anonimo.

Attenzione:
durante questa intervista non c’è pericolo che si manifesti Satana,
in quanto è impegnato in un Congresso Eucaristico in Vaticano,
dove presenterà il suo saggio dal titolo “ Vade Retrò – Papa vecchio fa buon brodo”.


giovedì 21 novembre 2013

Tema: Piccoli uomini non crescono mai ovvero adotta un uomo a distanza di Annabella Di Vita, Avia Editore

Sez. Gli amici della maestra
Svolgimento


Il masochismo delle donne è come l’herpes, rimane silente per anni e si manifesta violento quando un uomo le coinvolge. La nostra bravura nel farci calpestare è pari a quella di un tapis roulant. Il nostro è un masochismo col fiocco rosa: sottile, ironico e, soprattutto, consapevole ai limiti del sadismo perché noi, tutte, sappiamo perfettamente a cosa andiamo incontro, ma ci attacchiamo a quell’uno per mille di possibilità che, questa volta, lui s’innamori follemente di noi. L’unica possibilità di salvezza? Allertare, ai primi sintomi, la protezione civile. Ma chi di noi lo farà mai?
Se per anni vi siete sottoposte a ripetute, nonché dolorose, colonscopie emozionali  o vi siete ritrovate in matrimoni da flebo è ora di dire BASTA! Sei pronta soldato Jane? Non siete obbligate a tagliare i capelli a zero, anche se sarebbe più di effetto, ma dovrete munirvi di un manuale di auto-aiuto (in fondo state imparando anche voi).    
E adesso via! Prendete il volo verso la riaffermazione del vostro Sé, pestato e degradato dall’ illusione di una gratificante vita a due. E che succede ora? Beh, siete finalmente pronte ad arruolarvi nelle truppe speciali! Le truppe che fanno quell’ accidenti che vogliono, quando e come decidano di farlo. Più facile a dirsi che a farsi? Nooo! Tirate fuori dal ventre gli embrioni di desiderio bistrattati, insultati e offesi che custodite lì da chissà quanto tempo. Le scelte sono SOLAMENTE le vostre e se, dopo vari tentativi falliti, deciderete di ricascarci ancora una volta … fatevi desiderare. Prima di accostarsi a voi devono marinare per tre giorni nel Vin Santo, inzuppare la lingua nella Malvasia, accamparsi una settimana in una raffineria di greggio. Quando finalmente saranno più dolci e finemente sgrezzati, sarà allora il momento di concedervi al nemico. Le consegne sono: non siate bottino di guerra, ma premio della caccia al tesoro!
Questo manuale è un condensato di informazioni utili alle signore e signorine di ogni religione, razza ed età, sulle scelte sentimentali che faranno: restare single, sposarsi, tradire o più semplicemente avere una storia con un uomo sposato. 

mercoledì 20 novembre 2013

Tema: Poche cose in un borsone

Sez. In viaggio
Svolgimento

Il pavimento era freddo, lo sentiva attraverso la guancia, freddo e duro, e odorava di polvere umida e di detersivo, aveva lavato il pavimento al mattino ma dopo aveva piovuto e al rientro lui si era portato sotto le scarpe di gomma un po’ della nebbia della strada e i marciapiedi delle merde dei cani, i cantieri dove era andato a cercare un lavoro e i bar dove aveva bevuto gin fino alla tacca centrale, poco oltre la soglia della dignità. Poi era tornato a casa.
Il pavimento era freddo, adesso lo sentiva anche attraverso la maglia e il collant, la gonna si era spostata verso l’alto ma lei non si mosse, non allungò il braccio per abbassarla, forse lo pensò, però come si pensa nei sogni, quando si vuole fare qualcosa senza invece avere la forza di muoversi di un millimetro.
E infatti non si mosse, chiuse gli occhi e decise di pensare a Venezia, da quanto tempo voleva andarci, dai tempi del viaggio d’istruzione che non aveva fatto perché lui era geloso e non aveva voluto lasciarla andare, che ti serve andare da sola a Venezia aveva detto, poi ci andiamo insieme, in fondo è la città degli innamorati, che ci vai a fare senza di me. Ma poi non ci erano mai andati, lui diceva che le gondole gli sembravano bare galleggianti, e poi lo sanno tutti che Venezia puzza di piscio di gatto, altro che città romantica, roba per turisti giapponesi, come dire per allocchi pieni di soldi, ci sono tante belle città in Italia, lo sanno tutti che Venezia è cara e poi estate e inverno c’è sempre un’umidità che non si respira. Molto meglio Roma. O Firenze.
Così non erano mai andati a Venezia, però nemmeno a Roma o a Firenze, non erano mai stati da nessuna parte, perché ci volevano troppi soldi per partire come si deve, e lui che lavorava un mese sì e due no non si poteva permettere una vacanza come si deve, non potevano mica andare a fare i barboni in giro per il mondo, o si viaggia comodi o meglio starsene a casa.
Invece lei pensava che avrebbe fatto anche l’autostop pur di andare a Venezia, che ci sarebbe andata anche a piedi, però quella volta che lo disse finì come finì, del resto avrebbe dovuto pensarci prima, era ovvio che insistendo lo avrebbe colpito nel suo amor proprio di uomo, era colpa sua, avrebbe dovuto pensarci prima.
Dall’altra stanza sentiva il respiro di lui diventare sempre più profondo e regolare, adesso russava.

martedì 19 novembre 2013

Tema: color cammello

Svolgimento

Ero convinta che in qualche modo fosse stabilito che abitassi in quella casa. Qualcuno aveva scorso con un dito una lista che aveva davanti, si trattava di un militare di qualche corpo che non riuscivo a distinguere, un graduato ben piantato sulle gambe, non troppo alto, che aveva detto tu, a te è stato assegnato questo posto, sei di stanza qua, stacci fino a nuovo ordine, e io mi ero staccata dalla fila, e il militare, senza nemmeno darmi un’occhiata o rivolgermi un saluto mentre andavo via, aveva proseguito con le assegnazioni. Perché poi ci tenevo che mi salutasse? Non avrei saputo dirlo. In ogni caso fino a nuovo ordine potevo stare tranquilla.
Intanto una squadra di reclute si andava a piazzare nel seminterrato del palazzo. Ce n’era sempre una, di squadre. Facevano i turni per controllare la caldaia e l’ascensore. Erano giovani e ancora spaesati, e quel posto così protetto rendeva possibile un addestramento di intensità media, non eccessivamente stressante, preparatorio ai compiti che sarebbero stati loro assegnati in seguito, di gran lunga più impegnativi. Almeno, quella era la linea di quel comandante. Fuori, poi, ad ogni ora del giorno e della notte c’erano un paio di militari di guardia al palazzo. 
Il graduato restò in casa mia, da qualche parte. Lavorava prevalentemente seduto a una scrivania dal piano di vetro verde e due file di cassetti che facevano da sostegno, e si serviva di un grosso telefono nero di bachelite con il filo imporrito e i cavi rossi e bianchi che entravano nella cornetta scoperti, che squillava molto spesso, soprattutto di notte, facendomi girare nel sonno, se non svegliandomi, benchè lui avesse sempre la delicatezza, a una cert’ora, di abbassare il volume della suoneria facendo girare una rotellina sotto il telefono, nel basamento avvitato al corpo del telefono con quattro grosse viti a stella. Sentivo la sua voce bassa ma decisa formulare una dopo l’altra frasi che non riuscivo a decifrare, e che restavano come sospese nell’aria, di notte, nel corridoio della mia casa avvolto nel buio. Dalla porta socchiusa filtrava solo la luce fioca della sua lampada da tavolo, verde anch’essa, a campana. Io non ero del tutto insensibile a quel tono di voce, anche se mi sforzavo. Ma stando nel letto mi arrivava nella forma classica di una mano che mi scorresse lungo il corpo, che aveva nella realtà l’intenzione di conciliarmi il sonno, mentre io invece cominciavo a sudare e avevo voglia di rispondere subito e con trasporto a quel tocco.

lunedì 18 novembre 2013

Tema: Il poeta sei tu che leggi

Svolgimento

Caro Roberto, 
mi sento adesso, in questa fase di mimetismo letterario che segue alla lettura del tuo Betty, come Herzog, il personaggio di Saul Bellow che scrive lettere in continuazione ma senza spedirle. 
Egregio Signor Presidente, carissima Ramona, Moses!, senti bello, caro Governatore Stevenson. 
Il tuo libro scatena questa voglia di “vivere esperienze non nostre aprendoci al mondo”, come scrive Remo Bodei. E’ quanto provoca ogni narrazione per la verità. La tua però ha qualcosa in più. Un gioco sottile di rimandi. Come trovarsi seduto dal barbiere. Uno specchio che riflette un altro specchio, creando quell’illusione di infinito che ti spinge a cercare lo sguardo dell’ultimo te che ti sta osservando, minuscolo laggiù in fondo, sapendo che poi ce n’è un altro e un altro ancora.
Autofiction. Questo è il termine -pur abusato-che mi aiuta a capire un modo di scrivere storie a metà tra l’autobiografia e la finzione. Di autobiografico in Betty c’è molto poco in verità. 
Ti si scorge appena all’inizio e alla fine in quel ristorante di Porquerellos. Immagino mentre, in quel luglio 2006, ti siedi a L’Escale, dopo aver attraversato la sala guardandoti attorno, cenare in silenzio, leggendo qualcosa oppure semplicemente continuando a osservare i particolari della sala, come solo uno scrittore sa fare, fino a scorgere il quaderno lasciato su una sedia del tavolo accanto al tuo, Toccare con i polpastrelli, quasi come una carezza, l’etichetta dove c’è scritto Sim. 
Consegnare il quaderno al proprietario del locale. Cerco di immaginare, chiudendo gli occhi- naturalmente-il sapore e il colore e l’odore della Bouillabatisse, ordinata qualche sera dopo e che tipo di sigaro fumasse il ristoratore. Di certo non un toscano, presumo. L’autofiction è una brutta bestia che ha preso alla gola uno come Michel Houellebecq, fino a farsi a pezzi dentro il suo La Carta e il territorio, che lascia insonne Emmanuel Carrère mentre insegue il fantasma di Limonov.

sabato 16 novembre 2013

Tema: Vedovanza differenziata

Sez. Vintage
Svolgimento

Non è semplice, credetemi, la vedovanza. Una si affeziona al proprio postino, figuratevi all'uomo con cui ha vissuto per trent'anni. Mio marito non era una persona accomodante, ma fino all'ultimo mi ha voluto bene e mi ha portato rispetto. Non ho mai dovuto svuotare una sola volta il bicchiere con l'acqua per la dentiera: una sciocchezza direte voi. Una piccola carineria rispondo io. Credo sinceramente che la mattina che mi ha lasciata sola un pensiero a quel bicchiere l'abbia pure fatto. Rimase sul comodino tutto il giorno: capirete che trambusto quella volta. E poi la burocrazia, i parenti, i vicini, il parroco. Quando son tornata a casa e l'ho visto ancora al suo posto mi son dovuta reggere alla spalliera del letto. Poi arriva il momento in cui per un solo attimo ringrazi quasi il cielo di questi anni sereni: io e la mia gatta, che mi fissa compassionevole quando gioco a qualche solitario con le carte. Quel momento a me è toccato stamane, quando ho trovato la mia amica Gina ai cassonetti della raccolta differenziata infondo alla nostra via: stava strappando le pagine di un libro infilandole poi nella campana della carta. Le ho chiesto cosa stesse facendo. Mi ha risposto nervosa che era l'ultima volta che comprava qualcosa per averlo sentito dire in Tv. Dalla tasca del grembiule le spuntava una mascherina.


venerdì 15 novembre 2013

Tema: Aillte an Mhothair - Sulla Scogliera

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Aveva contemplato in silenzio la nervatura irregolare della costa sulla strada panoramica che portava fin sopra la scogliera. Sul ciglio sinistro, il cielo digradava nel mare in tonalità di blu sempre più intenso. Mentre a destra, ondulati manti erbosi di un verde ipnotico si alternavano a distese d’erica viola in piena fioritura. Un susseguirsi infinito di muretti a secco, uno diverso dall’altro, frangeva l’esplosione di colori quasi come la cornice di un quadro impressionista. Di tanto in tanto, dei cartelli bianchi con scritte nere semi-scolorite sia in inglese che in gaelico preannunciavano l’ingresso in qualche piccolo borgo di pescatori, ormai pressoché disabitato. 
Era la sua prima volta. Il vento soffiava forte in direzione del mare. Raffiche salmastre di nuvole gonfie correvano senza posa all’orizzonte. Spinta dal vento, ubriaca di correnti impazzite, era carambolata a qualche metro dallo strapiombo. Folate sempre più violente le sferzavano il viso quasi impedendole di respirare. I capelli, risucchiati dalle correnti, sbattevano in tutte le direzioni come ciocche ribelli di una gorgone. Il fragore incessante del mare si mescolava al battito del suo cuore.
La macchina a noleggio era parcheggiata prima della curva oltre la quale si apriva quello squarcio di infinito ululante. Ci aveva lasciato tutto quello che l’avrebbe potuta identificare: il passaporto, le carte di credito, il cellulare. Sul sedile posteriore, i libri di seconda mano appena acquistati in una libreria di Galway: Swift e Wilde in un’edizione in pelle e una confezione di immancabili biscotti Digestives. Rapida, selvaggia, bulimica. Tutto questo era lei. Anche nel distacco.

giovedì 14 novembre 2013

Tema: "Il giorno che diventammo umani" di Paolo Zardi - Neo Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



Perturbazioni

Aveva seguito l'evoluzione della perturbazione per tutta la settimana, navigando sui siti di previsioni del tempo di mezzo mondo. Il fronte di aria gelida si era formato nella pianura siberiana, e stava scendendo verso l'Italia dopo aver attraversato mezza Europa; aveva scompigliato campi di grano, tetti di case, piantagioni d’uva. Lei, la sera, con il suo pc, dall'alto dei satelliti, guardava le isobare che si spostavano, che si allargavano e poi si ritraevano, simili al corpo di una medusa nell'acqua; osservava il movimento lento e irreversibile di quella piccola minaccia.
La tempesta arrivò di notte, come un gigantesco treno scagliato contro la città. Nel buio, sentì i passi della piccola che si era svegliata – forse per i tuoni – e che, piagnucolando, si avvicinava alla camera da letto, in cerca di un rifugio. Lei e suo marito la fecero salire sul lettone e la misero in mezzo tra loro. Per qualche secondo le tenne stretta la manina; poi, mentre il vento siberiano urlava fuori dalle finestre, sentì il suo respiro farsi quieto, regolare. Il tepore di quel corpicino stretto a lei la fece scivolare in un sonno dolce e confuso.
Quando suonò la sveglia, la piccola le era ancora accanto, con la bocca spalancata. Suo marito, già in piedi, stava alzando le tapparelle: fuori, il cielo era ricoperto di nuvole. Dal letto, lei intravedeva l'albero che cresceva davanti alla camera: sembrava arruffato, qualche ramo si era spezzato, ma era ancora in piedi. Si alzò anche lei, e, insieme, si affacciarono alla finestra, uno accanto all'altra: la strada era piena di foglie, carte di giornali, sacchetti; una pozzanghera larga due o tre metri lambiva il marciapiede davanti; la vicina di casa, con una giacca da uomo indossata sopra la vestaglia, stava gettando bottiglie di birre nel bidone del vetro, con un rumore assordante. Si girò verso la camera. La piccola non si era ancora svegliata.
Andò in cucina a preparare il caffè, mentre suo marito iniziava a svegliare il grande: sentì la voce affettuosa del padre, il borbottio lamentoso del figlio. Era il 15 maggio – un giorno del quale avrebbe fatto volentieri a meno.

mercoledì 13 novembre 2013

Tema: The british dream

Sez. In viaggio
Svolgimento

Questa è uguale a tutte le altre città inglesi in cui sono stato: Reading, Staines, Ashford, Slough e chissà quante altre di cui non ricordo il nome, in versione più grande o più piccola e sempre con la stessa high street fiancheggiata di case di mattoni rossi, i college con i parchi fuori, i caffè delle catene, i supermercati, i centri commerciali. Ci vivo da un po’, dopo essermi stancato di peregrinare, tanto alla fine quello che trovo è sempre un lavoro infimo in qualche ristorante dal nome pacchiano tipo “Sopranos”, “Gondola”, “Bella Italia” dove non mi fanno il contratto e la paga all’ora è al di sotto del minimo nazionale. Viaggiare tanto in un paese straniero come questo senza mai casa e lavoro fissi ti lascia addosso una polvere di stanchezza e nausea e tanta nostalgia, ma quando torni in Italia ti rendi conto che la preferisci alla polvere secolare che lì si è depositata dopo anni di immobilità: se ci resti troppo, afferra anche te e non ti fa più muovere. Dopo un po’ mi sono ambientato in questa bella cittadina con il fiume in mezzo, al ristorante mi hanno dato qualche responsabilità in più e anche alzato un po’ la paga, vivo serenamente.
Un giorno mi chiama mia zia dall’Italia. Mio cugino non ne vuole proprio di studiare, si è appena diplomato e non ha intenzione di entrare all’università né riesce a trovare un lavoro, qui non c’è niente, mi dice, solo disperazione, meglio per lui provare a trasferirsi finché è giovane, impara meglio l’inglese. Sento la stanchezza nel suo tono di voce mentre mi chiede se riesco a dargli un tetto e un po’ d’aiuto a inserirsi in un contesto lavorativo almeno per i primi tempi e le dico sì, che lo faccia partire, mentre penso che la situazione anche qui non è delle migliori e che serviranno un bel po’ di soldi, almeno all’inizio, per riuscire a permettersi un affitto.

martedì 12 novembre 2013

Tema: Parigi, appunti sconclusionati

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Ho chiesto le ferie a febbraio per avere speranza di riuscire ad avere il periodo che c’interessava; sono mesi che setacciamo la rete in cerca di un hotel decente ma non rapinoso vicino alla nostra meta; ho impiegato le ultime due settimane di lavoro a preparare la valigia un po’ alla volta perché non avevo altro tempo disponibile; ho prenotato le cuccette novanta giorni prima della partenza per essere sicuro di avere posto e pagare un po’ meno; non avevo alcuna intenzione di lasciar frapporre alcunché tra me e le ferie, visto che era dall’estate del 1998 che non mi prendevo qualche giorno di vacanza, e giacché sono cinque anni che abbiamo la voglia di partire per una specifica destinazione, la nostra meta oserei dire agognata. E, finalmente, la sera di lunedì 3 agosto 2009 saliamo in treno a Verona con destinazione Versailles.

Martedì 4 agosto: arrivo a Parigi, nella pulciosa Gare de Bercy: pareva di essere alla stazione di Gatteo Mare, solo che non c’erano i chioschi di piadine. Sulla RER per Versailles, passando alla stazione di Issy, un vicentino vagante butta lì una considerazione misteriosa: “E pensare che questa è ancora tutta Parigi”, cui un altro risponde: “Eh, è perché la città è fatta ad anello”. Non abbiamo ancora capito che volesse dire. 
Decidiamo di visitare il Domaine de Marie-Antoinette, il tempo incerto preoccupa Alessandro: “E se inizia a piovere?”, mi chiede. Rispondo sciolto: “Ciava un casso, la pluie de Marly ne mouille pas!”

lunedì 11 novembre 2013

Tema: Milano - Foggia: 1976

Sez. In Viaggio
Svolgimento

Oggi il caffelatte è diverso. Sarà che me lo son fatto da solo, gli altri dormono. Osservo il calendario: 15 luglio 1976. È cerchiato di rosso con la scritta "Vacanza, si parte!” Ah già vero. Oggi si lascia Milano e si arriva in provincia di Foggia per sette giorni, dagli zii. Per me, dovrebbe essere una gran gioia, sette giorni di mare e di giochi con mio fratellino, anche se di un anno (la sua prima vacanza), di mamma e papà. Ho detto dovrebbe, perché non mi sono mai piaciute le vacanze con tutti i parenti, che ti accolgono festanti con quel loro accento molto folkloristico appena vedono la nostra Dyane 6 girare l'angolo della via. Ogni anno sembra che arrivino i parenti resi famosi dal grande schermo: iniziano a fare fotografie che nemmeno Marilyn quando ha cantato per i soldati americani negli Usa. Ho sempre odiato queste foto, tutti in posa tra zii e cuginetti, davanti alla macchina, sorridenti e festanti. Forse Bob Geldof ha visto queste foto per ispirarsi quella volta che ha fatto la copertina del disco "We are the world" anni dopo. Man mano si svegliano tutti. Si inizia a programmare la giornata. Partenza alle 18. Finito di far colazione, papà prende il potente mezzo e si reca dal gommista, dal meccanico e da tutti quelli che si prendono cura dell'auto, autolavaggio compreso ("Vorrai fare mica la figura dello zozzone"), come se poi si arrivasse a destinazione tutti freschi e sorridenti e la macchina bella lustra e fiammante. Mamma inizia a preparare il pranzo e tagliare panini imbottiti con le peggio cose: una ventina di panini. "Per avere più scelta": nutella, salame, prosciutto, formaggio, marmellata. Già mi viene la nausea.

domenica 10 novembre 2013

Tema: Giorni Felici

Sez. In viaggio
Svolgimento

Questo viaggio comincia così, tra le nuvole e il vento, in mezzo al cielo, sotto c’è il mare che scorre. 
Si va alla ricerca di una risposta diversa, alla ricerca del nostro domani perché torni ad essere identico a ieri.
Come sembra lontano adesso.
Sapevo bene quello che avevo e amavo quei giorni per questo. 
Non ero distratta, annoiata o che altro, ero felice, entusiasta ed amavo riamata. Oggi, con il vento impetuoso, è arrivato quel domani vigliacco che tradisce colpendo alle spalle, in un attimo ci toglie le feste, la gioia, il teatro, poi… anche il sonno e la pace. Il ritmo dolce della vita di sempre s’inceppa, sussulta, accelera, il cuore impazzisce. 
È già una discesa il sospetto, diventa infernale quando si concretizza in angoscia.
Il tempo non è più nostro né del nostro lavoro né della nostra casa, il tempo è solo del male ch’è entrato senza bussare, ma picchiando così forte da farci mancare il respiro.
Fatico a capire quello che dicono e non dicono per farmi sapere senza farmi soffrire, ma il male con la sua sofferenza già c’è. E provo a guardarlo, ma senza volerlo giro la testa, voglio ancora sperare. 
Allora il viaggio. 

venerdì 8 novembre 2013

Tema: Nametil

Sez. In viaggio
Svolgimento

Dall'aereo il Mozambico è una terra buia, di notte è inesistente. 
Prima di lasciare Maputo mi hanno detto di non parlare con nessuno, di stare perfino attento alla polizia che crea solo problemi - ti chiedono il passaporto e poi cominciano a cercare irregolarità – mi aveva detto uno dei volontari – e quando ne trovano qualcuna, ma anche quando non ne trovano,  ti ordinano di seguirli in caserma, e se tu ti opponi puoi sempre scegliere di farteli amici, e allora ti sorridono e ti chiedono dei soldi o una ricarica telefonica, a volte anche lattine di birra o Coca Cola, qualunque cosa. Non fidarti di loro.
Quando l'aereo atterra, a Nampula non c'è nessuno ad aspettarmi; all'interno dell'edificio cadente e poco illuminato attendo insieme ad altri che il nastro trasportatore porti i bagagli ma dopo qualche rumore inceppato il nastro si ferma. 
Fuori vengo circondato da tassisti che mi offrono di accompagnarmi, mi si parano davanti, uno prova pure ad anticipare i tempi per convincermi ad accettare: afferra la mia valigia e prova a caricarla in macchina ma lo fermo mentre mi parla delle sue tariffe convenienti, poi chiamo il direttore a Maputo e gli spiego la situazione – tutto sotto controllo – mi dice – sta per arrivare un taxi che ti porterà al progetto – poi chiude.
L'uomo che esce dalla macchina si ferma di fronte a me, non è un tassista e poi non c'è neanche il cartello “taxi”, ma dice di essere stato chiamato da Maputo quindi mi fido; all'interno  una ragazza seduta accanto a lui mi sorride (io non ho la forza di ricambiare), mi siedo e rimango in silenzio per tutto il tragitto. All’arrivo l'uomo ferma l'auto, mi fa cenno di aspettare, tira fuori un taccuino e su un foglietto di carta sudicio e rovinato scrive 300 Meticais. Cerco all'interno del portafogli la somma di denaro richiesta, trecento meticais (non ho idea di quanti soldi siano in euro), sono veramente troppo stanco, glieli consegno in mano, lui ride, è grasso, ha un’apertura della bocca enorme, mi afferra una mano, la stringe forte e mi dice – obrigado, my friend.

giovedì 7 novembre 2013

Tema: Cacciatori di frodo, di Alessandro Cinquegrani. ed. Miraggi Edizioni

Sez. Gli Amici della Maestra
Svolgimento



E niente più pneumatici, niente smaltimento rifiuti, niente fiore all’occhiello dell’efficienza del florido Nordest, penso mentre percorro i binari della ferrovia. Tutto finito, chiuso, esploso, come una bomba atomica o una bolla di sapone che lascia ferite indelebili, solitudini fatte a pennello, penso mentre cammino sul binario morto. Ora dovrei forse contare i passi per dare il senso della mia efficienza, contano i passi quelli che hanno rabbia da vendere, penso, psicolabili e psicopazzi dei miei stivali, ma io no, non conto i passi, mentre percorro i binari della ferrovia, penso mentre percorro i binari della ferrovia, io mi porto al guinzaglio la mia nuvola, una manciata di metri cubi di acerbe espiazioni prese al guinzaglio e percorro i binari della ferrovia, dodici chilometri ho sentito dire, dodici chilometri suppergiù che devo percorrere per raggiungere la curva troppo stretta e dietro la curva trovare mia moglie sdraiata sui binari che aspetta che il treno venga a farle rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume. Dodici chilometri, dalla casa cantoniera dove siamo andati a stare dopo che è successo tutto, dopo che è finito tutto, che si è smesso di smaltire gomma di pneumatici ai margini della città con pochissime infrazioni al senso di efficienza del nostro florido Nordest, dodici chilometri. Di un binario morto. Mi chiedo ancora ogni volta, penso mentre percorro i dodici chilo- metri del binario morto della ferrovia, se mia moglie, perché Eli- sa bene o male è ancora mia moglie, persino ora e persino qui, sul binario morto, Elisa è ancora mia moglie, porca puttana, mi chiedo ogni dannata volta che percorro questi dodici chilometri di binario morto, ogni mattina, se mia moglie che ogni mattina esce di casa prima dell’alba, con la camicia da notte bianca di prima dell’alba, e percorre nel buio con la camicia da notte bianca mossa dal vento nella notte prima dell’alba e si sdraia con la camicia da notte sul binario morto della ferrovia e aspetta che il treno le faccia rotolare la testa giù dall’argine e nel fiume, mi chiedo se lo sappia che il binario è un binario morto, uno degli scempi assurdi dell’Italia centralista di Roma, e porcodio, questo binario morto della ferrovia costruito dentro l’argine del fiume è come un grattacielo eretto sulle sabbie mobili da stronzi, mi chiedo se lo sappia mentre aspetta ogni mattina il treno che le butti giù la testa dall’argine e nel fiume, se un fremito la scuota, se pompi il cuore nella testa come un Hummer, se sbatta, se s’incazzi, o se stia zitto, sospeso sulla nuvola al guinzaglio di espiazioni troppo acerbe.

mercoledì 6 novembre 2013

Tema: Londra

Sez. In viaggio
Svolgimento

Londra, ma in inverno inoltrato - solo brughiere frustate dal vento, prosodie di bufere ad agitare querce, coltri di nebbia a dividere i passanti. I miei mi avrebbero mandata altrove, in America ma da alcuni parenti, a Madrid da un’amica di vecchia data: se viaggio deve essere, voglio andare da sola, senza tutele o protezioni. Sola - ufficialmente ragazza alla pari di una famigliola con due bambini, così dissi ma senza troppa convinzione. E Londra fu, tra l’odore cordite di vita metropolitana, gli U2 ascoltati nei magazzini Virgin, gli artisti di strada a cantare standard del country o a scimmiottare clienti di fast food agitando polli di plastica. Una stanza la presi dietro Waterloo station, nella pensione di Steve uomo canuto dal ventre sporgente, un tipo un po’ cerbero un po’ bonaccione e decaduto quanto la sala del suo ristorante che ai tempi di Marianne Faithfull serviva fish’n’chips kebab birra - restavano tavoli a mo’ di lapidi in formica vegliati da sedie che tali ve n’erano nella mia scuola media; alle pareti altre foto di Steve o paesaggi seppiati; appresso a lui, come un cagnetto o un odore acre, una donna sparuta dal volto grinzoso coperto a zone da capelli sfibrati, vestaglietta  fiorata tirata sul pigiama stinto: a lei il compito di portarmi in stanza. Era da psicofarmaci la sua lentezza mentre arrancava tra corridoi stretti e scale scomode rivestite di moquette mal appuntata - l’edificio cresciuto in momenti diversi si snodava su più livelli – e quando aprì la porta della mia stanza (un sottotetto con due finestre a scrutare le tegole dell’isolato di fronte - un occhio alle antenne e uno ai dirimpettai) sentii di sfogliare un romanzo a me noto, riconobbi la camera dei ragazzi di Lady Ramsey a St. Ives, lì si accumulavano mazze, pantaloni da cricket, cappelli di paglia, calamai, barattoli di vernice, scarabei e crani di uccellini. Per la vecchia era quello che era: una topaia. (Chiuse la porta scagliando parole comprensibili solo a lei che rivelò una voce stridula da sorella fatale.) 
Poggiai lo zaino su una poltroncina di peluche amaranto, di un tavolo vicino ad una finestra feci il mio scrittoio, sedetti e scrissi Io sarò Londra - uscii poco dopo per andare a caccia di ragguagli toponomastici, annotai istruzioni per raggiungere Camden Town, slogan di musical dati a West End, gli ingredienti per una torta di carote ricoperta di margarina. 

martedì 5 novembre 2013

Tema: Secondo in tutto, ovvero il secondogenito omicida e guerrafondaio

Sez: Il Secondo Posto
Svolgimento

I figli si sa sono tutti uguali. Non c'è primo, né secondo, né terzo nel cuore di una madre. Eppure non si nasce a caso primo, né a caso secondi.
Io seconda figlia, occhi bruni, capelli neri, pelle bianca, praticamente niente di particolare in qualche cosa, solo in una: ero femmina. E dunque seconda, femmina e anche bruna e non bionda come mia madre che aveva anche gli occhi verdi e i pomelli rossi come pittata senza fard. Che mangiava rossi d'uova ogni mattina e sembrava pittata naturale.
Io pallidina, magrolina e anche scracchiavo ogni mattina, uno sputo verde muco di cornetti alla crema rancidina, e poi a una certa età non ci vedevo più.
Ero diventata miope. Ma non poco. Di colpo ingravescente, con la retina maculata, sembrava del tipo pigmentosa ma non arrivò a farmi vedere solo le ombre.
Ma dico io:  proprio così questa seconda?
E allora per vendetta mi guardavo attorno per superare il bellissimo fratello biondo che beneficiava di automobilina, fucile con tre colpi a pallini, carezze e benevolenze della nonna ( che amava solo i nipoti maschi).
Ma siete in grado di provare e sopportare la sofferenza, si sissignori la sofferenza atroce di un secondogenito?
La rabbia ci mangia vivi. Chiamiamola pure raggia va, che rende meglio.
Il sentimento più frequentato dai secondi è l'invidia e la gelosia che diventa vendetta e nei casi estremi, estremi rimedi.
Si vi siete mai chiesti perchè Giuda divenne Giuda? Quel Giuda conosciuto come il traditore di Cristo?

lunedì 4 novembre 2013

Tema: Oltre il buio

Svolgimento

«Dai lasciami stare, è tardi. Domani lavoro»
«Quello me lo chiami lavoro. Vieni qua. Tu non hai un lavoro. Dammi un bacio.»
«No, davvero, devi andartene, lasciami. Domattina mi alzo presto, vado in Via Lampara a sentire i vicini di quella poveretta. Hai presente quell’aggressione in casa, ora la donna è in fin di vita: quasi un altro femminicidio. Che se era femminicidio mica mandavano me. Ma da qualche parte devo cominciare ... dai lasciami»
«Sì, ma tu ti fai sfruttare da questi qua. Non è un lavoro se non ti pagano. Hanno bisogno di bassa manovalanza e hanno trovato una cretina. Si approfittano di te perché sei giovane e ingenuotta. Dai, basta adesso parlare, vieni qua.»

domenica 3 novembre 2013

Halloween Writing Contest - Tema: La scuola di Helena

Racconto vincitore dell' Halloween Writing Contest
Svolgimento

Ogni volta che guardo quel grande edificio abbandonato all’angolo della strada, un brivido mi corre lungo la schiena. Si dice fosse una scuola elementare, poi chiusa dopo l’incidente. Cerco di superare l’angolo più in fretta che posso per andare verso la scuola due isolati più avanti. Ma ogni mattina è un incubo terribile che si ripete. Dicono che sono una bambina timida e riservata: in effetti non ho amici. Spesso ho chiesto ai grandi di quell’incidente, di cui a River Queen nessuno parla mai, ma loro sono sempre molto evasivi. Si dice siano morti in tanti quel giorno; qualcuno lo aveva pure predetto per via di quella cometa e di quella luna rossastra portatrice di sventura. Oggi ne ricorre l'anniversario e piove leggero da un cielo grigio e cupo. La strada mi sembra più lunga del solito, l'aria umida e triste. Ecco mi avvicino all’edificio e già mi batte il cuore a mille. Tiro dritto con la cartella piena di libri e quaderni. Stavolta però qualcosa attira la mia attenzione: il cancelletto che porta allo spiazzo desolato è aperto. Qualcosa di sinistro aleggia lì attorno e mi costringe ad entrare. Mi avvicino con curiosità e titubanza, non posso farne a meno: sono anni che faccio sempre la stessa strada. E’ tutto diroccato: la palazzina tetra, anni cinquanta, con le imposte in legno, cade a pezzi. Attorno, i resti di un giardino con alberi spogli e rinsecchiti e qualche pozzanghera perché è novembre e spesso pioviggina. Mi avvicino e mi sembra familiare quella porta aperta e l’ingresso con a terra i mattoncini marroni e neri. Mi pare quasi di sentire la voce dei bambini. Un cavallo a dondolo con la testa mozzata sta all’inizio delle scale di fronte all’ingresso. Che strano….si muove, forse per via della corrente d’aria che c’è. Comincio a salire; ho come la sensazione di sentire qualcosa ma l’unico rumore certo è il vento che sibila tra i vetri rotti delle finestre. I miei passi provocano scricchiolii sulla scala ma mi appoggio al passamano di legno. Quanta polvere, quante ragnatele. Ecco sono al primo piano. Dentro le aule vuote ci sono ancora le lavagne impolverate, i banchi, l’abbecedario, le cartine geografiche penzoloni. Decido di entrare nella seconda aula a destra. Ora mi siedo proprio qui accanto alla finestra, a primo banco, come un gesto abituale.


sabato 2 novembre 2013

Halloween Writing Contest


E si chiude questo Halloween Writing Contest.
Sono arrivati 30 racconti che avete tutti avuto modo di leggere tra il 31 ottobre e il 1 novembre. I numeri ci parlano di un successo: oltre 3000 visite al blog durante il contest, 170 commenti (al momento di scrivere queste note), e poi i "like" su facebook e i tantissimi cinquettii di twitter. Ne siamo felici e divertiti. Come curatori del blog abbiamo rischiato la crisi nervosa in più di un momento, ma alla fine su tutto è prevalso il piacere del "gioco" che siamo riusciti a condividere con voi!
Sono arrivati anche diversi racconti inviati da persone che non avevano mai pubblicato su "Tutta colpa della Maestra" e che ci auguriamo tornino a farlo.
Approfittiamo infine per ringraziare Roberto Russo di Graphe.it, che per questa occasione si è aggiunto al "consiglio di classe" per decidere il racconto vincitore del contest e ha messo a disposizione dei libri del catalogo della sua casa editrice per il premio in palio.

Il racconto horror, in quanto di "genere", ha schemi ricorrenti, stereotipi, modalità di sviluppo - in termini di lingua, di costruzione della frase - cristallizzate. 
Da Poe in poi questo genere si è arricchito di tanti elementi, primo fra tutti lo splatter. L'horror è stato declinato dal cinema in mille modi. Scrivere oggi in chiave horror comporta trovarne una particolare per rendere la narrazione attuale, senza tuttavia dimenticare l'essenza di questo genere: il racconto deve far spaventare, procurare un brivido.
Affinché questo avvenga, il racconto deve riuscire a creare una situazione di imprevedibilità: se il lettore capisce tutto a metà lettura, il brivido non lo proverà nemmeno se lo cali nel Mar Artico.

Di tanti racconti, seppur belli nella costruzione - qualcuno assolutamente nuovo nello spunto, Pendolari, per esempio -, c'è piaciuto poco il ricorso buonista/giustificatorio al sogno: la realtà riesce ad essere molto più orrorifica del mondo onirico, perchè traslare?
Di altri racconti abbiamo gradito la ricostruzione storica, senz'altro curata e dettagliata, ma mancava la tensione da brivido.

Di altri ancora c'è piaciuta la lingua: notevole il tentativo - a tratti pure riuscito -, di creare tensione attraverso il genere comico (il nonnino descritto da Roberto Testa ci riesce); interessante il postmodernismo attorno ai toni di rosso; pregevole la strutturazione su più piani e la frammentariatà di Olof, scritto da Giovanni Arena. Una menzione anche alla nostra più giovane "alunna", Bianca Martinetto con la sua favola gotica "La Sorella del fiume".

Ma bisognava scegliere.

venerdì 1 novembre 2013

Halloween Writing Contest - Tema: Il Mostro di Kensingtone Square

Halloween Writing Contest
Svolgimento

A bordo della Rover 800 di colore rosso fuoco la radio intona "Light my fire" storico brano musicale dei Doors. La tastiera di Ray Manzarek  'dettava' le prime note e Jim Morrison aveva la voce graffiante. E' il 4 luglio e Thomas Cunningham, 20 enne studente universitario della New York University sta viaggiando verso casa della fidanzata Priscilla Svensson, americana, di padre svedese per festeggiare con lei e la sua famiglia la festa del ringraziamento. Priscilla vive in una maestosa villa al 34 di Kensington Square. Giunto sul posto la prima cosa che notò, una volta davanti all’immenso, antico, portone di legno, fu che il batacchio era troppo piccolo per quel portone, ma, nonostante ciò, il rumore che produsse non appena lo mosse contro il legno non mancò di impressionarlo. Era un rumore profondo, ancestrale. Bastò un solo colpo, e subito sentii rimbombare dei passi nell’atrio della vecchia casa. Il maggiordomo gli aprì senza dire una parola e, con un leggero inchino, gli fece segno di entrare. Rimase affascinato dalla struttura interna della casa. C’era una enorme quantità di scale, e molte di esse si perdevano in un’oscurità labirintica. Consegnò il suo cappotto fradicio al vecchio e questi, rimanendo ancora in silenzio, lo piegò con cura e lo infilò in un armadio vicino al portone. Conclusa questa operazione con una calma estenuante, lo condusse per una di quelle infinite scale. Camminava come un fantasma, non riusciva a vedere i suoi piedi toccare terra. Attribuii questa impressione unicamente alla sua stanchezza. Non desiderava altro che dormire. Arrivarono, infine, davanti ad una porticina sulla destra del corridoio. L’uomo tirò fuori un grosso mazzo di chiavi e, senza esitare nemmeno un istante, ne prese una dorata e aprì la porta. Tommy entrò nella camera. Era una vecchia stanza per gli ospiti, con i soffitti molto alti, che incuteva non poco timore. L’unica luce proveniva da alcune candele collocate ai lati del letto. Ovviamente fuori non c’era luce, ma dubitava che ne sarebbe entrato un solo raggio di sole anche in pieno giorno, dato che le finestre erano coperte da pesanti e scure tende rosso sangue.

Halloween Writing Contest - Tema: Aleph

Halloween Writing Contest
Svolgimento

Indosso una maschera perché la mia faccia non mi piace. Non mi è mai piaciuta e mai mi piacerà. Questo, perché in fondo non piace nemmeno a lei. Lei, l’unica che abbia mai amato e a cui mi sia mai importato di piacere. 
Per questo porto una maschera, una di quelle bianche, di cartongesso, col naso lungo, con le guance rugose. Sulla fronte della maschera ho scritto una Aleph, la prima lettera ebraica, che non è la “A” di noi occidentali, l’Aleph non ha suono, Aleph è il silenzio. Quello assordante di una notte vuota, di un albero che cade lontano, quello della risposta alla domanda: “E’ per via della mia faccia che non ti piaccio?”
La maschera copre la mie paure e da un volto a quelle degli altri. La maschera cela il volto ai miei occhi costretti a guardarlo ogni dannato giorno e ogni dannata notte. Ma questa notte è diversa, altroché se è diversa. Ho trovato una faccia nuova. Una bella, questa volta, non come quella che mi ha dato mia madre. Una faccia che piace, non a tutti, ma solamente a chi veramente m’interessa che piaccia. Questa sera mi procuro una faccia.


Halloween Writing Contest - Tema: Il Forno

Halloween Writing Contest
Svolgimento

Mi trascinavo stanco e debole senza poter prendere sonno. Era la mezzanotte e decisi di sfogliare un libro che mi conciliasse il sonno. Sulla soglia dei miei quarant'anni, nessuno oltre me ad animare questa casa. Solo il ricordo della mia mamma, Lenore, portata via in cielo, dopo che le dedicai tutta la vita, trascurando qualsiasi altra compagnia femminile.
Ad un tratto sentii come un picchettio, un bussare lieve. “Lenore” sospirai “quanto mi manchi! Sei tornata atrovarmi”.
Era dicembre ed era freddo e per riscaldare la stanza decisi di accendere il forno, in mancanza di altre fonti di riscaldamento che mi confortassero.
“E' qualcuno che bussa alla porta, nient'altro, nessun fantasma” mi dissi per calmarmi.
Ma portando il mio corpo dinanzi l'uscio, una volta apertolo, vidi solo il buio del pianerottelo.
Di nuovo un'inquietudine mi assalì “Lenore, forse ho sentito il tuo nome? O sono io che lo pronuncio?”
E tornando in cucina di nuovo udii quel picchiettare lieve.
Sarà il vento, pensai.
Mi avvicinai così al forno per accertarmi che fosse spento. Aprii lo sportello. Una forte energia mi lanciò distante, il forno emise scintille e poi fulmini, e al suo interno apparve un vortice nero pieno di tanti puntini luminosi.
Sembrò che il cielo stesso, colpevole di aver preso mamma Lenore, si fosse messo in prigione, nel forno, per scontare la giusta pena per questo grave misfatto.
Nella mia casa grigia, sui miei vestiti grigi, si propagò una luce strana.
Le manopole del forno, accese come i due occhi del diavolo, mi fissavano. Lo sportello si apriva e si richiudeva come la bocca di Cerbero.
Sei un mostro, dissi
– ma la mia vita non l'avrai. Forno spettrale, che vieni dal buio, dimmi, qual'è il tuo nome?
E il forno disse: Mai più!

Halloween Writing Contest - Tema: Bagno di sangue

Halloween Writing Contest
Svolgimento


Era il crepuscolo, il sole tramontava presto, la brezza marina portava l’odore delle alghe putride fino ai piani alti delle case, dove i bambini vomitavano una sera sì e una sera no. Le luci della città iniziavano ad accendersi, non tutte, c’erano sempre dei lampioni fulminati in quella zona, forse conseguenza di una scelta precisa dell’autore per creare l’atmosfera giusta.
Dopo una giornata all’aria aperta, correndo da un ufficio all’altro, cercando di sgusciare tra le auto per non farsi ammazzare sulle strisce pedonali, Emoticann rientrava spossata e l’unica voglia impellente era anche quella più banale, una doccia tiepida e poi il divano comodo.
Almeno una volta al giorno si interrogava sul perché di quel nome bizzarro che le aveva appioppato sua madre quando era nata, trentasette anni prima, quasi trentotto, era un nome poco comune, anzi mai sentito, un nome del cazzo. Solo pochi intimi la chiamavano Emoticann, alcuni colleghi la chiamavano Ticann, altri preferivano Cann, i più pigri la chiamavano Ann. Questo nome la faceva arrabbiare molto, e nel corso dell’adolescenza non erano stati pochi gli episodi di rissa, scatenati da storpiature anagrafiche e scherzi di vario genere.

C’è una cosa che di solito succede in tutti i film, nel momento in cui il protagonista si spoglia ed entra nel box-doccia, un uomo penetra in casa passando dalla finestra e si nasconde dietro una tenda del salotto. In questo caso, la finestra era chiusa, la tapparella abbassata, l’uomo dovette percorrere tutto il perimetro esterno della casa e provare dalla porta di servizio sul retro. La porta dava direttamente nella cucina, con i coltelli sul piano di lavoro in granito.
- Perfetto, pensò l’uomo, questo è un posto sicuro e tranquillo, aspetterò qui.
Il sapone che Emoticann aveva comprato all’emporio cinese sapeva di salvia e rosmarino. L’uomo avvertì l’aroma che invadeva la casa insieme al vapore ed ebbe un fremito. Strinse nel pugno libero un lembo della tenda pesante che lo nascondeva alla vista.
Emoticann finì di cantare un pezzo a caso degli Abba, si risciacquò sotto un getto d’acqua tiepida, indossò l’accappatoio, si spostò nella camera da letto, cominciò a cospargersi il corpo di olio profumato.


Halloween Writing Contest - Tema: Il capitano italiano e la casa dell'ebreo

Halloween Writing Contest
Svolgimento

Tra fumi d'alcool e diverse altre cose occorse in questa primavera spiazzante, satura di eventi: bombe che alzano asfalto, lenzuola sbandierate al vento intinte di rosso come il sangue dei morti ammazzati, cortei umani e catene umane, strette le mani l'una all'altro come nel girotondo dell'asilo, non mancano i mazzi di rose di S.Rita, le donne in nero, ma anche in rosso, giallo e a colori che affollano il chiostro quattrocentesco di S. Agostino, e i preti affannati a benedire.
Faccio un sogno. Non so l'alcool, o l'agitazione derivata dalle scene vissute, ma sogno e sono consapevole che non lo è.
Sono in un edificio scuro, dapprima non vedo bene, scendo i gradini e la sala è illuminata da vetrate. Intravedo bene solo la luce filtrata, poi nulla, tutto è avvolto da una nebbiolina che appanna i contorni, attorno a me non ci sono persone, nè arredi. Solo carta. Carta, inspiegabili quantitativi di carta collocata lungo i muri delle stanze. In cumuli, pacchi, carpette, registri, faldoni, dentro scrivanie, scaffali, scanzie...
Le percorro tutte in fila le stanze, sono infilate una dentro l'altra come nelle case antiche e  tutte  sono invase da cumuli di carta ingiallita, impolverata. Gli stivali  mi coprono fino alle ginocchia e una divisa scura mi tiene il corpo irrigidito, il cappello da ufficiale mi serra le tempie, e istintivamente porto la mano alla fondina della Beretta MAB 38. Questo è il mio alloggio,  una stanza con  i miei effetti personali, la mia pipa, i miei classici di guerra, il mio cognac e i sigari da fumare in assoluto relax. Non sopporto intrusi, nè agguati. La guerra è lontana, i dispacci raccontano degli stati maggiori, i bombardamenti su Londra, le trincee in Normandia, le deportazioni. Ma è lontana. Talmente lontana.  Ma qualcosa l'ho messa a segno anch'io: ho messo le mani su quello sporco ebreo qui a due passi dalla caserma. Villa Ahrens sconfina il suo giardino sulla porta d'ingresso della caserma, si sente il padrone di tutto, questo sporco ebreo semita. Si sono venduti il corpo di Cristo e sarebbero capaci di vendersi il cuore a pezzi. Usurai e avari. L'ho stanato come un lurido topo di fogna, nelle cantine della Villa.